Recensioni

7.1

Quinto album per la band originaria del New Jersey e secondo di fila per Rough Trade dopo Marigold del 2020 (senza contare la colonna sonora live Amperland, NY del 2021, per il relativo film girato nell’omonima vecchia base operativa), 11:11 prosegue con rinnovata consapevolezza un percorso coerente.

La peculiarità della formazione americana guidata dal singer-songwriter Evan Stephens Hall, nel turbine anni fa di varie accuse di molestie e successive scuse, è quella di unire sonorità di stampo alt-country e linee vocali tipicamente emo, collocandosi insomma tra retaggio folk e indie rock tipicamente Nineties – anche con un certo spirito DIY data la volontà, peraltro, di continuare a occuparsi autonomamente della produzione (nelle mani dello stesso Hall con il polistrumentista Sam Skinner), mentre il mix è a cura di Chris Walla (Deat Cab For Cutie, The Decemberists, Tegan & Sara). Le session di registrazione si sono volte nei Levon Helm Studios di Woodstock e al The Building di Marlboro, trainate principalmente da Hall, Skinner e dal batterista Zack Levine, con il contributo di Megan Benavente al basso e di Josh F. Marre alla chitarra, oltre all’apparizione del padre di Hall, Doug, a pianoforte e organo.

C’è una trazione doppia nelle canzoni dei Pinegrove, che da una parte puntano allo zuccheroso calore dell’introspezione e dall’altra spingono verso un’urgenza espressiva a suo modo persino asprigna. Una bipolarità confermata dai testi di Hall, tanto riflessivi quanto se necessario sociopolitici. Non è un caso, infatti, che l’argomento principale di 11:11 sia la crisi climatica (sin dal primo, fortunato estratto Orange, altalena di morbidezze e ritornello da sing along, dimensione del sogno e denuncia apocalittica: «today the sky is orange / & you & I know why»), preannunciata in modalità altamente simbolica dall’abituale cover disegnata, che richiama gli alberi da un punto di vista grafico e cromatico, oltre che la numerologia correlata ai concetti di caso, coincidenza e sincronicità (la palindromicità del tempo è un altro filo rosso, ben dipanato nella melodica Let). Hall ha dichiarato per presentare il tutto: «Chiamare il disco 11:11 dovrebbe essere una dichiarazione incoraggiante, anche se c’è sicuramente un’ampia gamma di emozioni che pervade l’intero album. C’è parecchio per cui essere arrabbiati in questo momento e c’è molto dolore da metabolizzare. Ma si spera che le note più forti siano quelle di unità, collettività e comunità. Voglio aprire uno spazio in cui le persone possano sentire tutte queste cose».

11:11 non stupisce, anzi magari sembrerà rassicurante per chi è abituato a veleggiare verso orizzonti maggiormente sperimentali, ma funziona per la sua capacità di cogliere lo spirito quotidiano dei giorni che stiamo vivendo e per la sua fattura solida e genuina, dai quasi sette minuti dell’epica e stratificata Habitat di apertura – uno sferragliante inno a testa bassa all’empatia, ispirato ai viaggi in auto a New York, «tra le case fatiscenti ricoperte di vegetazione» – agli arrangiamenti altrettanto raffinati dall’avvolgente ballad Iodine, per cambiare approccio con il conciso e particolarmente incisivo singolo Alaska, quasi un piccolo manifesto programmatico che introietta la lezione del pop punk, citando al suo interno sia il titolo del disco, sia gli alberi e i numeri di cui sopra, mentre racconta la breve storia di un pilota addormentato al volante.

Altri numeri sono le preghiere alla foresta della bluesy Flora e il rallentamento «between the trees» di Respirate, sino al trittico più creepy-metafisico finalizzato con le esperienze pre-morte di Swimming, le angosce di Cyclone e la telefonata astratta con un amico che va in scena in Eleventh Hour (ancora l’11 che ricorre, a chiudere con decisione la scaletta di 11 tracce, ad alimentare il loop).

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