Recensioni

Sono passati appena quattro anni da Cardinal, album d’esordio dei Pinegrove per il quale il nostro Zagaglia aveva avuto parole lusinghiere: «lo scheletro della loro proposta si basa ancora su retaggi power-pop che dialogano con l’emo pre-sputtanamento. Una formula, quella della band, che nel 2003 avrebbe certamente trovato più adepti rispetto ad oggi, ma che può fungere da ottimo diversivo per fuggire mezzora dalla omologata contemporaneità e per immergersi in un ascolto tutt’altro che travolgente ma sicuramente rigenerante».
Tuttavia tra quella botta di energia vitale e Marigold, il loro nuovo album, accade un fatto piuttosto serio che è lo stesso frontman Evan Stephens Hall a rendere pubblico, il 21 novembre 2017, con un lungo post sulla pagina Facebook della band: «sono stato accusato di coercizione sessuale. L’accusa viene da una persona con cui ho avuto una relazione breve ma molto intensa. […] mi rendo conto che questo è l’inizio di un lungo periodo di riflessione. Nel tentativo di darmi del tempo per apportare cambiamenti positivi alla mia vita e per rispetto nei confronti di ciò che lei sta passando, cancelleremo il nostro imminente tour negli USA». Sebbene questa strana storia, venuta galla all’apice del #Metoo, non abbia ancora dei contorni ben definiti, Hall non ha mai negato la sua cattiva condotta cercando di apparire sempre collaborativo, e desideroso di cura. Quindi basso profilo, dichiarazioni ben assestate (Pitchfork) e un percorso di terapia hanno creato il delta in cui è sfociato Marigold, terzo album della band dopo l’autoprodotto Skylight del 2017 e primo per Rough Trade, etichetta che si è dimostrata coraggiosa e scaltra, dopo il comprensibile abbandono del 2017 da parte di Run for cover, nel far ripartire il progetto.
Marigold è un nuovo inizio e gode di una luce particolare, quasi fosse quella di un’alba dopo giorni e notti di temporale. Sparito il power-pop e l’andatura sghemba degli inizi, adesso è il momento di raccontare cosa significhi rompersi le ossa in una relazione dopo aver sopravvalutato se stessi: «Please be careful what you wish for» (The alarmist). Quale modo migliore per farlo rivestendo tutto di emozioni pure? Una mano protesa verso la transitorietà dello stare bene è tutto quello che Hall sembra ricercare – «I want to feel light moving in everything you say but part of me is caveated out» (No drugs), «My friend through hairpin bends you do upend my island» (Hairpin). L’incedere profondamente narrativo delle tracce ricorda a più riprese sprazzi di American Football, Death cab for cutie e Into It. Over It. estendendone l’anima più introspettiva ma lasciando progressivamente per strada qualcosa.
Difficile, impossibile, troppo personale dire cosa e come scrivere dopo un lungo tunnel, ma in Marigold, qualcosa che parte funzionando ad ogni livello (Dotted line), anche quello radiofonico, perde qualche pezzo ad ogni play. Siamo di fronte ad un album come sempre gradevole, che scorre dolcemente e che non sfigurerebbe come colonna sonora di “ideali revival di serie tv sia dei 90s (Dawson Creek) che dei 00s (The O.C.)” ma dal quale, almeno stavolta, era legittimo aspettarsi di più.
Amazon
