Recensioni

Diciamocelo francamente: a volte certo new-folk ha il potere innato di trasformarsi in una palla tremenda. Vanno bene il minimalismo, l’intimismo, il religioso silenzio con cui si deve ascoltare la voce supplicante, sofferente e apparentemente prossima al rompersi del menestrello di turno, ma quando è troppo è troppo. In tempi di sovraccarico di informazioni e iperstimolazione sensoriale, ascoltare per un’ora filata di disco (o due e passa di concerto) un cantastorie che parla di fede, amore e disagi interiori mentre pizzica le corde di un’acustica può rivelarsi un’esperienza tragica. A meno che il songwriter di turno non abbia Dio dalla sua parte che gli guida la penna in fase di composizione.
Abbiamo tutti amato Bon Iver, Sufjan Stevens o The Tallest Man On Earth ma la schiera di epigoni ha finito per infangarne i nomi, battendo a più non posso il terreno del recupero di un genere reso necessario forse proprio dall’eccessiva sollecitazione sensoria, vero dogma del nuovo millennio, di cui sopra; tanto che, nel caso dei Bon Iver, ad esempio, Justin Vernon per primo, forse schifato da cotante manifestazioni di supina adulazione, ha preso le distanze da se stesso. Che poi attenzione: Piers Faccini questa pensata l’ha avuta prima degli altri, poiché la sua fascinazione per il mix tra culture musicali è figlia degli anni Novanta del melting pot e quindi ha radici più antiche sia dello stesso progetto statunitense che di tutto l’indie folk odierno, essendo testimoniata da una discografia ufficiale iniziata più di vent’anni fa.
Faccini è uno sveglio e ha capito prima di altri che la formula voce-chitarra (lasciando da parte l’armonica di dylaniana memoria) alla lunga rischia di allappare. Pertanto, il cantautore anglo-italiano l’ha “sporcata” ricorrendo non all’elettronica – in fondo, chissenefrega di altra musica bianca – ma a influssi esotici, multietnici, interculturali, per un mix che è diventato un marchio di fabbrica del Nostro; che, ricordiamolo, è giunto al settimo album (l’ultimo era stato I Dreamed An Island pubblicato nello stesso anno, il 2016, dell’EP collaborativo con la cantautrice Dan Landes, Desert Songs) e ha sempre avuto la passione per il dialogo musicale con altri mondi.
Shapes Of The Fall si pone a metà, osservando i punti di incontro tra differenti retaggi culturali, e infatti è stato registrato – con l’aiuto del co-produttore e ingegnere del suono Fred Soulard nonché dei fratelli Malik e Karim Ziad, maestri strumentisti algerini, e del compositore Lucas Suarez, autore degli arrangiamenti per il quartetto d’archi – nella campagna francese, ideale ponte geografico tra Gran Bretagna e Mar Mediterraneo. Un disco pervaso dalle ritmiche ora sghembe, ora sincopate e ora multiformi mutuate dalla tradizione arabo-andalusa quando non sefardita, berbera, maghrebina o dell’Italia meridionale. Nacchere, tamburi e tamburelli si mischiano a handclapping e schiocchi di dita in un lavoro ad altissimo tasso percussivo. Il tutto mescolato, come detto, ad algide – ma dal cuore caldo – arie folk di albionica fattura.
La opening They Will Gather No Seed è un po’ un manifesto in questo senso, con il suo piglio cameristico mescolato a quel battito spiritual/blues che richiama gli sterminati campi di cotone degli Stati Uniti del Sud, e per certi versi ricorda la poetica sonora delle lande desolate, assolate e appiccicose cantate dai Depeche Mode in Exciter, ovviamente – volendo richiamare un titolo della band britannica con cui essa si descrisse in modo perfetto – prendendo per buona solo la componente Delta del trio di Basildon e non anche quella Machine.
Anche il singolo di lancio Foghorn Calling è un saggio di abilità e conoscenza con quel suo ritmo à la Bo Diddley intarsiato di echi morriconiani e nordafricani, immaginandoli però in comunicazione con lo sciamanesimo orientale in un loop azionato da un ipotetico santone indiano. Musica world, e mica per scherzo. E non scherzano neppure Dunya, dai seducenti richiami mediorientali, e All Aboard, “tutti a bordo”, cantico dal carattere afro/tribale con i feat. di Ben Harper e del compositore marocchino Abdelkebir Merchane, a risvegliare quell’allegria primordiale che fa dire: «Sì, io sto con gli ippopotami».
Ma poi, certo, c’è anche il lato oscuro e interiore rappresentato dai brani più lenti. Lay Low To Lie nasce sussurrata per poi esplodere, nella seconda parte, in un crescendo dominato da violini “gitani”; Firefly è un bluesaccio urbano pervaso da cadenze in stile libero che richiamano certe dissezioni ritmiche dei Radiohead periodo In Rainbows ma soprattutto The King Of Limbs (ovviamente, anche qui depurate dalla componente electro); The Longest Night è più riflessiva ed è suonata, come altri passaggi più quieti, con uno strumento realizzato appositamente per Faccini, un ibrido fretless tra chitarra e oud; e Paradise Fell, che dal punto di vista melodico e della “vendibilità” è forse il punto più alto di un lotto che nel complesso mantiene comunque i crismi del mistero e dell’inesplorato. Tra concepire un’opera commestibile per i più e fare test con il busto chino su un tavolo nel chiuso di un laboratorio c’è un mondo, e non è detto che la ricerca non possa configurarsi come una forma più alta d’intrattenimento.
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