Recensioni

6.3

Nato in Gran Bretagna da padre italiano e madre inglese ma residente in Francia, Piers Faccini è stato spesso associato ad un immaginario sonoro declinato ora in accenti folk/blues, ora in costrutti di pop elegante e sofisticato, il tutto unito dal filo rosso di un cantautorato legato, nei diversi episodi, ad altrettanto diverse geografie e latitudini europee. Con il quinto album, Between Dogs And Wolves, il musicista anglo-franco-italiano prosegue senza sorprese lungo i binari di una scrittura sobria, gradevole e mai sopra le righe, sempre rivestita da quella patina “global” e “world” che ha permeato anche i precedenti lavori.

Siamo infatti di fronte a brani che – nonostante gli arpeggi di acustica, la presenza degli archi e un cantato tenue e crepuscolare – costruiscono un’atmosfera notturna, sospesa e sensuale: in altre parole, un album di puro pop. Lontano dal retro-folk degli esordi (e dunque da modelli di riferimento quali Leonard Cohen e Nick Drake), quella che troviamo è una forma canzone classica, debitrice verso la tradizione autoriale francese ma anche italiana, omaggiata esplicitamente in Reste La Maree e Il Cammino, gli unici due pezzi non cantati in inglese. Pur contenendo alcuni episodi di ottima fattura (l’opening Black Rose) e dolente intensità (Feather Light, il pezzo più convincente del lotto), il disco non riesce a convincere fino in fondo: nonostante Faccini abbia già dimostrato di avere tutti i numeri per essere uno dei cantautori più interessanti del panorama attuale, manca ancora quella voglia di allontanarsi ulteriormente dai sentieri della tradizione, così come di smettere i panni del musicista girovago e raffinato.

Ed è forse questo il limite più evidente di Between Dogs And Wolves: imbevuti – a tutti i costi – della cultura mitteleuropea “alta”, i brani sembrano più un tributo ai vecchi chansonniers da cartolina, o meglio, una ben riuscita colonna sonora per un film ambientato in una Parigi in bianco e nero. Del precedente My Wilderness vi dicevamo, tra le altre cose, che appariva come un tentativo di convertire “tutto il ricercato armamentario di umori globali nel salottino buono dei bourgeois bohémien”: la sensazione che ritorna è quella di un disco costruito su suggestioni fin troppo riconoscibili, dove è innegabile la cura per la forma, anche se continua a mancare una certa autenticità nelle intenzioni. Troppo poco per un musicista dal grande potenziale, che deve ancora mostrare il meglio delle sue capacità.

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