Recensioni
Pierpaolo Capovilla e I Cattivi Maestri
Pierpaolo Capovilla e I Cattivi Maestri
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Fabrizio Zampighi
- 2 Agosto 2022

Ammettiamo con un certo candore che ci ha interessato poco la selva di commenti scaturita dal post pubblicato da Pierpaolo Capovilla sul suo profilo Facebook l’11 luglio scorso a proposito del «Fuck Putin» pronunciato dai Måneskin durante un concerto: seguire nel dettaglio queste quotidiane scazzottate virtuali destinate a trasformarsi quasi regolarmente, dopo qualche giorno, in silenziose e inoffensive scorregge, da tempo non è più una delle nostre priorità. Va però ricordato che la libertà di parola è sacrosanta: quella di Capovilla, che criticava in modo civile (seppur un po’ paternalistico) un atteggiamento con cui evidentemente non concordava; quella di chi era d’accordo con lui; quella di chi ha commentato esprimendo un’opinione contrapposta senza sfociare nel linciaggio. Tutti gli altri, per citare un verso di un brano che cantava Gaber e che volutamente decontestualizziamo, «mi spaventano, non mi sembrano uguali», e su di loro caliamo volentieri un velo pietoso.
Detto che Capovilla è sempre stato, nel bene e nel male, Capovilla, e che sorprendersi per il fatto che esprima un’opinione personale a modo suo è un po’ come scoprire nel 2022 che il PD non è più il PCI, resta il fatto che siamo qui non per giudicare il lato umano, le opinioni personali, le abitudini di vita o la linea di condotta dell’ex cantante de Il Teatro degli Orrori, ma per dare una lettura il più possibile obiettiva della musica contenuta nell’album Pierpaolo Capovilla e i Cattivi Maestri. Un Capovilla che per la prima volta, dopo la fine(?) dell’esperienza del Teatro degli Orrori, torna front man di un “collettivo” – messa per un attimo in pausa la parentesi solistica testimoniata da un Obtorto Collo del 2014 – grazie all’aiuto di Egle Sommacal (Massimo Volume), Fabrizio Baioni (LEDA) e Federico Aggio (Lucertulas).
Il risultato è un disco che recupera in buona parte l’approccio tagliente del “vecchio Teatro”, punto di osservazione privilegiato sul mondo in cui sarcasmo e disillusione creano un turbine di parole e musica che guarda alla violenza del noise come principale riferimento. O più precisamente, a quella versione “capovilliana” dello stesso cantata in italiano che ancora oggi, in certi ambienti, è presa a modello, e che qui emerge soprattutto da quelli che probabilmente sono i tre brani più significativi in scaletta: l’introduttiva Morte ai poveri (che si tratti di una citazione della Kill The Poor dei Dead Kennedys?), una La Guerra del Golfo degna dei migliori Jesus Lizard e una Minutegirl che soddisferà le aspettative di chi cercava in questo disco citazioni del passato musicale più rumoroso di Capovilla.
Tre brani degni di nota e una tensione ben sviluppata, ad introdurre un lavoro che tuttavia ha voglia di indagare anche soluzioni meno “confortevoli” per il Nostro. Apprezzabile il tentativo, non sempre all’altezza il risultato: ll miserabile, ad esempio, si perde in un intrico di testi che sembra navigare a vista, nonostante un suono coeso e potente; Più forte che puoi esercita il suo diritto di farsi per un attimo post-grunge-rock, ma finisce per essere un po’ ballata elettrica e un po’ non si sa bene cosa. Va meglio con i brani più pacati, che non saranno forse all’altezza de La canzone di Tom, ma si difendono, come dimostra il mood un po’ in stile Massimo Volume de La città del Sole o la arpeggiata Anita. Segno comunque della volontà di uscire dai cliché stilistici a cui ci ha abituato il musicista veneto, ma anche – crediamo – dell’apporto importante dei colleghi chiamati ad accompagnarlo, co-responsabili nella scrittura di tutta la musica del disco.
La buona notizia è che Capovilla c’è ed è motivato, e questo ci fa piacere, anche se nell’album non tutto gira come avremmo sperato. L’altro aspetto da rilevare è che Pierpaolo Capovilla e i Cattivi Maestri ha un suono tutto sommato più civilizzato e razionale rispetto, per dire, a un disco come Dell’impero delle Tenebre, un ordine formale che toglie un po’ di quell’anarchia devastante degli esordi del Teatro e figlio evidentemente delle passioni dei musicisti chiamati a suonare. Figlia degli anni e della maturità è invece probabilmente quella “tendenza al sermone” che si coglie in qualche passaggio del cantato e che si sostituisce alla disperazione nichilista dei testi de Il Teatro degli Orrori.
Affrontare argomenti importanti come i migranti o la guerra con un taglio non banale non è facile, ma Capovilla ci prova non rinunciando a quell’antagonismo mai così fuori moda e mai così necessario come oggi. In un periodo storico in cui le parole di una canzone spesso smettono di essere un messaggio e diventano semplice arredamento, è certamente un merito.
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