Recensioni

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Deve esserci qualcosa di frustrante nel dedicare quasi cinquecento pagine a una questione così dibattuta ma apparentemente inesauribile come quella del rapporto tra narrativa e cinema, non fosse perché malgrado la quantità di film trattati (non li ho contati, ma sono tanti) anche a un semplice appassionato come il sottoscritto ne vengono in mente un bel po’ di cui non si è fatta menzione. Il tema insomma non è circoscrivibile: se uno intendesse mapparlo rischierebbe di tracciare una carta grande quanto il territorio, o comunque così vasta da perdercisi. 

Pierpaolo Binda, laureato in Storia del Cinema, da quarant’anni promotore di eventi e progetti dedicati al mondo della celluloide, non si pone il problema e mette in mostra in questo godibile La storia che visse due volte tutta la serenità di chi ha negoziato con la “magnifica ossessione”, maturando un equilibrio intellettuale che fa dama con la chiarezza espositiva. Il che gli consente di muoversi sui due binari – letteratura e cinema – con agilità e metodo, senza farsi e farci mancare prese di posizione anche opinabili ma proprio per questo intriganti.

La prima vittima è la tanto gratuita quanto imperitura sentenza: “era meglio il libro”. Il testo è strutturato esattamente per problematizzare questa “relazione pericolosa” (a proposito di libri/film che non sono stati menzionati) girandole attorno a trecentosessanta gradi, un po’ come la celebre scena del bacio tra Kim Novak e Jimmy Stewart in La donna che visse due volte, a cui ovviamente Binda si è ispirato per intitolare il saggio (per inciso, Hitchcock è una delle passioni manifeste di Binda – ed è un merito). 

Si tratta infatti di una relazione avventurosa fin dagli inizi, quando pionieri come Mèliés si fecero carico di tradurre per lo schermo romanzi ad alto coefficiente immaginifico come Dalla terra alla luna di Jules Verne: le specificità dei due linguaggi introdussero una divaricazione necessaria, che nella traduzione implicava il tradimento, quindi una spiccata indipendenza della versione/visione del regista rispetto a quella originale dello scrittore. C’è già, in quei primi passi, una replica alla sentenza suddetta: vale a dire che è meglio il libro, sì, ma solo se si tratta di leggere. La dimensione semiotica del cinema è tutt’altro, con una sua semantica e le conseguenti ricadute sostanziali. 

Ma allora perché questa costante attrazione, questo rifarsi alla pagina scritta, questa brama di reimmaginare il già immaginato a parole? Pagina dopo pagina, attraversando sezioni che affrontano varie forme di “tradimenti”, “legami” e “devianze”, dosando aneddotica e analisi sul confine poroso tra opera scritta e cinematografica, Binda suggerisce come la cosiddetta settima arte sia caduta sul mondo per costituire la categoria espressiva ideale del ventesimo secolo, fisiologicamente portata alla compenetrazione tra arti così lontane così vicine (letteratura, pittura, musica, teatro, fotografia, danza, architettura…), finendo sempre col sintetizzarle senza però sostituirle (almeno non progettualmente).

Arrivando persino a sfiorare una sorta di simbiosi, come quando Kubrick (altra passione di Binda – e altro merito) e Arthur C. Clarke cospirarono l’operazione 2001: Odissea nello spazio in modo che film e romanzo uscissero quasi simultaneamente – rispettivamente ad aprile e giugno 1968 – conservando specificità espressive proprie (ulteriore inciso: malgrado il libro sia notevole, è uno di quei casi in cui la pellicola vince per manifesta superiorità).

Ma se dovessimo individuare la motivazione profonda alla base di questo volume, oltre al puro piacere di scrivere (e leggere) su un tema così ricco di risvolti sorprendenti e implicazioni storico-sociologiche, citerei il seguente passaggio dall’epilogo riferito alle tendenze del cinema contemporaneo: 

Hollywood ha deciso di rivolgersi a un pubblico molto giovane e disponibile ad andare in sala solo se gratificato da qualcosa di simile ai videogiochi a cui è affezionato. (…) È ovvio che le trame in questi esplosivi marchingegni abbiano un’importanza modesta per non dire nulla. 

Nuove vie quindi che “probabilmente ridurranno sempre più l’esigenza di affiancare alle proprie idee quelle di un predecessore letterario”. Eccoci al punto: questo saggio potrebbe essere letto anche come un appassionato peana per un’epoca al crepuscolo, forse già tramontata. Tanti saluti ai Visconti, agli Hitchcock, agli Scorsese, agli Ivory, ai Malle, ai Ford Coppola e via discorrendo che ricollocavano le scosse di assestamento emotive delle loro letture su altri e diversi piani dell’immaginario, inventando nuove categorie dello sguardo e del sentire. 

Oggi, alla ben nota crisi della narrazione fa seguito un incantamento post-narrativo che può permettersi di prescindere da romanzi che del resto vengono letti sempre di meno (è l’economia dell’attenzione, baby. O, più correttamente, della disattenzione). Il corollario nostalgico è che quella famosa sentenza – “era meglio il libro” – suona oggi come un topos fossile, una scoria sempre meno radioattiva e significativa. Ed è un peccato, perché tocca ammettere che tanto gratuita non era: faceva perno infatti su un punto nevralgico dove si consumava l’attrito tra angolazioni diverse e complementari con cui percepire e problematizzare la realtà. 

Dissolvenza in uscita. The end.

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