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7.5

Se Robbie Robertson nell’ottimo Testimony srotolava la catena dei ricordi legati a fondazione, ascesa, fasti e cadute della Band, in questo postumo – ahinoi – Insomnia sceglie di aprire (e rovesciare) il baule relativo a ciò che accadde negli anni immediatamente successivi all’ultimo valzer del gruppo. Tra i due memoir passa quindi una differenza sostanziale, ma sarebbe sbagliato aspettarsi che nel secondo la cronaca sia meno fitta di eventi e carente di fascino. Peggio ancora, considerarlo una propaggine del primo. Si tratta anzi di due opere autonome sul fronte delle finalità espressive, e ciò sia detto alla luce dei palpabili elementi di continuità, a partire dallo stile cronachistico dritto, generoso sul versante degli aneddoti e sempre in bilico tra (auto)celebrazione e messa a nudo spietata delle proprie debolezze. 

Si aggiunga inoltre che lo schema narrativo – sovrapposto alla visione artistica ed esistenziale – prevede in entrambi la presenza di una sorta di “centro gravitazionale” esterno, che in Testimony coincideva con la figura inesplicabile e disincantata di Bob Dylan, mentre in Insomnia il ruolo è assolto da un Martin Scorsese già affermato magister della celluloide.  

In un certo senso, il libro è essenzialmente questo: la storia di come per circa due anni le vite di Robertson e Scorsese hanno incrociato le traiettorie, consolidando un’amicizia così profonda che li portò persino a vivere sotto lo stesso tetto (anche perché Robbie nel frattempo si era separato dalla moglie Dominique). Forse l’aspetto più intrigante che affiora dalle pagine è proprio il rapporto simbiotico e al tempo stesso dialettico tra due mondi espressivi così lontani e così vicini, ovvero tra il maestro del cinema e il rocker proteiforme. 

Accomunati, va detto, dalle radici per così dire slogate: italoamericano Marty, mix di geni pellerossa ed ebrei Robbie, diversamente apolidi e cittadini di una dimensione avventurosa, dove mettere in discussione le aspettative rientrava nella grammatica consueta dell’espressione. Si legge insomma e soprattutto, per poco più di duecento vertiginose pagine, della difficile post-produzione di The Last Waltz, a cui i due lavorarono in uno stato di fervida fratellanza, quindi al germogliare del capolavoro Toro scatenato, capitoli questi da cui emerge un De Niro impegnato a “domare” l’anziano ma sempre incontenibile Jake La Motta. L’ultima parte gravita attorno alle vicende che portarono alla realizzazione di Carny, pellicola per la quale Robertson si dedicò in veste di produttore, attore e musicista. 

In mezzo a questi macro-temi, è tutto un caleidoscopio crudo di incontri con personaggi variamente leggendari (da Jack Nicholson a Liza Minnelli passando da Francis Ford Coppola, Isabella Rossellini, Harvey Keitel, Marcello Mastroianni, Joe Pesci, George Harrison…), passioni ostinate e volatili (di Robbie con Geneviève Bujold, Jennifer O’Neill e Carol Bouquet tra le altre), ricostituenti chimici e collassi asmatici (di Scorsese), festival internazionali e party variamente esclusivi, pennellando così uno scenario affollato, dalla vitalità batterica, nel quale le spinte propulsive e gli attriti si alternano senza soluzione di continuità e scrivono il romanzo che nascostamente ribolle dietro lo schermo ipnotico dello showbiz.

Robertson rievoca con un mix intrigante di trasporto e disincanto quel sé stesso impegnato ad attraversare l’atmosfera solida dei giorni in cui era sul punto di realizzare tutti i suoi sogni, mentre tutto il resto – i suoi affetti, la Band, il mondo in cui era cresciuto – era sul punto di crollare. In tal modo realizza né più né meno il contro-affresco di un’epoca, nella quale cinema e musica galleggiavano sulle acque agitate di anni cupi e infuriati, impegnati a fare a pezzi le utopie dei Sessanta a forza di piombo e badilate punk, ma proprio in ragione di ciò sviluppando uno sguardo più genuino, impietoso ma lucido, capace di arrivare al cuore di quei giorni. 

Quei giorni, già: il decennio edonista incombeva, il riflusso nel privato non risparmiava quasi nessuno, tutto ciò che sembrava solido iniziava a dissolversi in un vapore di bit. Più che uno stravolgimento di paradigmi, una loro ristrutturazione a maggior gloria dell’era digitale incombente. Della quale credo che Robbie avrebbe potuto raccontarci altre cose interessanti. E chissà, chissà, magari dai suoi cassetti uscirà qualche altra sorpresa.    

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