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The Word Was Made Phresh è il ritorno, a distanza di due anni dal precedente Metempsychosis, dei Phresoul, trio italo-inglese di stanza a Londra e che vede tra le proprie file il contrabbassista David Paulis, il batterista Enrico Truzzi e il tastierista Charlie Stacey (già collaboratore di Yussef Dayes), e contemporaneamente segna l’esordio della Hyperjazz, label voluta da Raffaele Costantino (Khalab, Musical Box) per rappresentare «una nuova casa per DJ, musicisti e compositori che abbattono le barriere tra jazz e musica elettronica».
Nell’incipit ci sono dunque abbastanza elementi per comprendere cosa aspettarsi dal disco e, difatti, nei suoi diciassette minuti scarsi i riferimenti più evidenti sono quelli che derivano dalla scuderia Brainfeeder (Lotus, ovviamente, ma anche Thundercat), da Alfa Mist e Henry Wu/Kamaal Williams e qualcosa dalla fusion/jazz dei settanta, con in testa sempre il Davis di Bitches Brew e qualcosina di In a Silent Way. Questo il quadro generale.
Son bravi, suonano bene i tre: i buoni spunti (Blended Family, per esempio) e il piglio giusto non mancano (Lithium e Hipster Antichrist hanno il groove che acchiappa), eppure, trascorsi i pochi (pochissimi, in verità) minuti dell’EP si rimane con un po’ di amaro in bocca. Diciamocelo, partire con il freno a mano tirato non è il miglior biglietto da visita. Aspettiamo la prova lunga, dunque, per giudicare appieno un progetto a cui sembra mancar la cazzimma, quella che mettevano nei loro lavori i “negri del Vesuvio” per intenderci.
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