Recensioni

Dimesso il costume da scheletrino, la ritroviamo nei panni di una principessa elfica, immersa in un contesto da Renaissance faire/LARP. Ma, nel suo caso, gli abiti che contano sono quelli della sua prosa: Phoebe Bridgers è sempre lei, un megafono onirico e intimista dei propri sentimenti, in quella terra di mezzo tra indie e mainstream che un’équipe di produttori, arrangiatori, amici e collaboratori ha apparecchiato anche questa volta con impeccabile, e anzi maggiore, grandeur. In Lost Weekend ritroviamo i sodali di sempre Tony Berg ed Ethan Gruska, affiancati questa volta da Jack Antonoff e Alex G, in un allargamento della squadra che ne fotografa bene l’ambizione sonora.
Agli archi torna Rob Moose, già decisivo in Punisher e autore dei riarrangiamenti di Copycat Killer, con alle spalle un curriculum che sembra disegnare una mappa sotterranea della musica del suo terzo album: da Sufjan Stevens, con cui ha iniziato a lavorare ai tempi di Illinois, ai National di Aaron e Bryce Dessner, fino a Bon Iver, di cui è diventato uno dei principali artefici della componente cameristica. Moose ha contribuito in maniera sostanziale anche alla progressiva stratificazione del suono di Justin Vernon e dei suoi Bon Iver. Senza contare che Aaron Dessner e Vernon sono attivi insieme nei Big Red Machine, progetto al quale Moose ha preso parte.
Questo per dire che in queste sedici composizioni confluiscono commistioni elettroniche e orchestrali, riverberi e stratificazioni che negli ultimi quindici anni hanno fatto scuola, tanto nell’indie quanto nel mainstream. Plasmando l’idea contemporanea che abbiamo del folk come qualcosa al servizio tanto dell’intimità di un artista quanto della sua spendibilità cinematografica, che nell’accezione di Bridgers diventa la muta di una fantasmagoria architettata per instillare il massimo del pathos.
Lost Weekend è stato pensato in grande e nutrito è pure il personale che ha concorso alla sua riuscita. Ritroviamo le compagne di viaggio nelle boygenius, Julien Baker e Lucy Dacus, un sodale storico come Conor Oberst (con il quale ha attivo il progetto Better Oblivion Community Center), Caroline Shaw, presenza ormai trasversale fra avanguardia contemporanea e pop d’autore, e Chris Thile con i Nickel Creek, che portano nel disco un’altra genealogia ancora, quella del bluegrass e del progressive acoustic.
Venendo alla scrittura, e a una nota critica che ci accompagna dai tempi di Punisher, al melodramma di Lorde o Olivia Rodrigo la cantautrice losangelina ha sempre contrapposto una scrittura confessionale e visiva, biografica e metaforica, arrangiata in chiave eminentemente folk senza negarsi qui episodi country. L’attacco di The Outside introduce un trattamento vocale che richiama il Messina di Bon Iver, per prendere subito le distanze dal mondo esterno e precipitare in quello interiore: il funerale del padre, ma anche la memoria della sua violenza, e quindi il concerto, la folla, il pubblico. Centrale è allora il doppio senso di carried away: la salma portata via nel rito funebre e il padre trascinato dalla propria rabbia, figura dell’abuso già affiorata in Would You Rather. Dualità, immagini e immaginario che ritroviamo anche in Lost Boys, lead single che anticipa un lavoro attraversato da lutto, amore, separazione e nuove forme di identità. Peter Pan e i suoi Lost Boys sono uomini attratti dall’alta velocità e dalle armi, dalla fuga e da una condizione di eterna immaturità; eppure sotto la fiaba c’è una storia d’amore: un letto dove per un istante il perdono è totale e i due possono “rinascere”, salvo scoprire al mattino che l’altro non c’è più.
Ascoltandola c’è un bel mondo in cui perdersi — e c’è Genius per entrare nei dettagli di ogni implicazione e sottotesto delle sue strofe, bridge e ritornelli, compresi gli easter egg che alluderebbero al suo quasi matrimonio con Paul Mescal, ora con Gracie Abrams — e sono parecchi i momenti nel disco in cui sono le parole quelle su cui puntare davvero l’attenzione, e come queste s’inseriscono in un’ottima, nonché variegata, narrazione musicale che si fa cinema di per sé.
Parliamo di un disco molto più coeso e a fuoco rispetto ai precedenti due capitoli e di un’opera per cui difficilmente si riesce a parlar male. Eppure la prosa di Bridgers, nel suo indulgere nell’onirico e nel fiabesco (The Governor’s Waltz), nell’erigere l’artificio a metodo, finisce per diventare essa stessa artificiosa. La melodia rimane un dolcificante che le continue trasfigurazioni dell’esperienza messe in atto dai testi non riescono a tradurre in emozione. È qui, al cuore della grande opera-palcoscenico che l’album rappresenta, che misuriamo la distanza dal riferimento che sempre le è stato accostato: Elliott Smith, ma anche dalla sua collega nelle Boygenius, Lucy Dacus, che riesce con una naturalezza quasi disarmante laddove Bridgers arriva mobilitando coreografie carrolliane, giochi di luce, sovrapposizioni di luoghi, tempi e situazioni, memorie infantili o adolescenziali.
È un’ottima scenografa, al punto che l’apparato finisce spesso per frapporsi fra noi e l’esperienza. Quando però le quinte arretrano e l’elemento biografico torna centrale, ecco che qualcosa di significativo accade. La title track è un autoritratto meno trasfigurato, fatto di ricordi concreti, responsabilità ammesse, errori ripetuti e un matrimonio mandato all’aria. Qui c’è la persona, finalmente. Peccato che manchi la canzone capace di restare anche fuori dalla propria messinscena, di vivere oltre le parole che la raccontano.
Lost Weekend è il ritratto di un’artista che potrebbe riservarci sorprese in futuro, sciogliendo i dubbi che ancora nutriamo sul suo conto.
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