Recensioni

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Tessela e Truss, i fratelli Tom e Ed Russell, arrivano al secondo album come Overmono a dieci anni dall’inizio del percorso discografico del progetto. Tanto è passato dal primo volume della serie Arla (2016) a Pure Devotion, il fatidico sophomore dopo Good Lies. Gli inizi testavano un suono che intersecava le specialità dei percorsi fin lì battuti: groove cromatici in dialogo con il giro delle musiche HD, IDM prismatica e astrazioni bass & glitch. Una tavolozza aperta e in rapida evoluzione, con un piede già fuori dal club verso un altrove che nel giro di un lustro ha preso la più classica delle forme spendibili per il mercato a cui la loro etichetta, XL, abitualmente si rivolge: la melodia.

Everything U Need la raggiunge con strategia, soppesando progressioni trance, minimalismo emozionale à la Four Tet e giocosi frammenti vocali di marca Caribou (If U Ever), mentre i due, attivi anche su etichette minori, sperimentano con maggiore libertà lungo il continuum hardcore, intercettando i vari revival che nel frattempo si innescano nel circuito dance più allargato (vedi la jungle di BMW Track, ma non solo).

Arrivati a Cash Romantic, gli Overmono stanno a metà strada tra i DJ set di Jamie xx e le produzioni del (a quel punto) gettonatissimo Fred again... Soprattutto, fanno capire che i loro lavori sul formato lungo trafficheranno con il formato canzone. Gfortune, con il suo tocco sospeso e introspettivo e un sample vocale pitchato tra trap e R&B (è 2am di Joe Trufant), è la porta d’ingresso di Good Lies. Un album aperto da qualcosa che suona come un gospel laico, per poi svilupparsi attorno a un sampling vocale che ci riporta nella much happier era di dance e R&B Y2K, nell’intorno Minogue e Rihanna o di un Frank Ocean ripassato nei transistor.

Agli ortodossi del club i fratelli Russell hanno raccontato una sonora balla: non sono qui per trovare nuovi virus nel corpo esanime del rave, bensì per proporre la loro sublimazione della canzone, sottraendo pathos e umanità post-rave a Burial e declinandoli su uno spettro di vocalità spendibili sul mercato USA. Un disco alla ricerca di trascendenza? Sicuramente un album ambizioso (e sì, paraculo), con i suoi bei momenti interlocutori (tanta sospensione non sempre premia) e telefonati (l’house agrodolce di Calon), in cui ci leggi la spendibilità ancor prima dei contenuti e che infatti trova nei live un perfetto veicolo per completare il passaggio dei fratelli da DJ a live act sulla falsariga di Disclosure e Bicep, oppure, andando indietro, di Underworld e Chemical Brothers.

Come materia pulsante da festival, imbastita su setup hardware che inglobano imperfezioni e imprevedibilità, nasce dunque l’idea di una seconda prova che per “pura devozione” intende sia la soddisfazione di ciò che è stato ottenuto sul palco, sia la ritrovata passione per lo studio come luogo in cui ricrearne la fisicità. Raccontano di aver lavorato sul nastro, passato i segnali sui magneti, forzato e deformato gli speaker, utilizzato vecchi effetti e persino cotto in forno un piatto coperto di fondi di caffè, patatine e aceto per ottenere un particolare suono. Di location improvvisate tra Islanda e Spagna, dove registrare sull’entusiasmo del momento, ma fuor di dichiarazioni a uso stampa confezionano un lavoro che prosegue sul lato della contaminazione, a partire da ospiti vocali questa volta in carne e ossa. Davanti a una maggiore fisicità (Lockup), in cui si guarda agli electronic beats dei fratelli chimici di cui sopra, c’è un John Joseph Holt a imbastire uno spoken word stradaiolo, molto The Streets, su un synth sound altezza Tron ed eccoci dalle parti dei Daft Punk (Knight In Shining Prada), French Touch che ritroveremo almeno in un altro episodio (Laxbrook).

A Jaz Karis il compito di coprire il lato più dreamy R&B di Barum, mentre Mialon, sempre con Karis e Mahalia, porta gli Overmono verso una dimensione più morbida e soul. Steppati legnosi in area trip hop, garage UK (Slowmotion) e ravey house (Even Angels Ghost con Kindora) testimoniano inoltre la continuità di una ricerca che ora si muove all’interno di uno spettro stilistico decisamente più ampio.

Pure Devotion è valido, funziona eccerto che funziona. A rimanere è però, concedetecelo, questa sensazione di album-vetrina, di DJ tool di lusso a uso e consumo dei nuovi bagni di folla festivalieri. Mancano le hit e quei brani che veramente spicchino il volo melodicamente parlando. Al netto di una formula ottimamente bilanciata tra interplay vocali e beat (Ballad con Rock Floyd o After The Rain), ci sono le buone maniere; a mancare sono gli artisti capaci di traslarle su un piano dove la somma supera le parti.

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