Recensioni

5.8

Un minuto strumentale intrigante, oscuro, antipasto di un disco interessante. Diffidate dalle intro strumentali, monito per il futuro. Punisher, il secondo disco della cantautrice americana Phoebe Bridgers, apre bene, anzi benissimo, lasciando intendere direzioni nuove e spunti melodici vagamente noir. DVD Menu suona esattamente per un minuto e dieci secondi, aprendo la strada a dieci brani lontani da quel profumo, dieci canzoni che sembrano una sola, lunghissima, infinita e mortalmente ripetitiva.

Registrato al Sound City, nel quartiere di Los Angeles dove sono stati prodotti capolavori firmati da Neil Young, Fleetwood Mac e Nirvana, Punisher è un’opera perfettamente vestita, puntualmente integrata, ma è soprattutto una grande, grandissima noia. La Bridgers, 25 anni, enormi aspettative (forse troppe), tenta di esplorare il confine tra l’intensa vulnerabilità e l’umorismo della seduzione, con uno sguardo tra l’innocente e il consapevole. I testi, anch’essi a cavallo fra l’allusivo e il diretto, parlano di relazioni, rapporti in bilico, scoperte e rifiuti. Se l’autrice afferma di aver attinto molto in fase di composizione dalle opere di Joan Didion, regina di crudeli tensioni e caos lucenti, niente o poco pare di ritrovare in questi scialbi bozzetti che ammiccano al cupo senza mai tagliare il velo dell’inevitabile dolore. Una patina bloccante e opaca sembra permeare l’intero disco, con un effetto che oltre a non conquistare la fiducia dell’ascoltatore, perde l’occasione per dare una vera e propria svolta analitica a tutto il materiale messo sul tavolo dalla cantautrice californiana.

Il debutto avvenuto con Stranger In The Alps, immerso in un sobrio alt-folk, aveva mandato in estasi la critica, pronta a fare paragoni con Joni Mitchell e Bob Dylan. Oltre che con il compianto Elliott Smith, con il quale – dicono – condivida il talento della malinconia. Ecco che Punisher, ugualmente salutato con enorme favore dalla stampa internazionale, si innalza a disco della maturità, più flessibile, più atmosferico, più difficile. I paesaggi sonori ricchi e carichi di riverbero, creati con l’aiuto di Tony Berg e Ethan Gruska, già produttori di Stranger in the Alps, forniscono sì il contesto ideale per il materiale emotivo dei suoi pezzi ma non quello contestualmente più efficace: le chitarre, ora misteriose, ora eteree, sembrano smorzare costantemente dalla sospensione simil-onirica del cantato di Bridgers, mentre gli arrangiamenti, che alle volte tendono a una ridondanza che strizza l’occhiolino al wall of sound spectoriano, rivelano una maestosità tanto costruita quanto fuori luogo.

Collaboratori? Tantissimi: da Conor Oberst, compagno di band nei Better Oblivion Community Center, a Lucy Dacus e Julien Baker, fino a Jenny Lee Lindberg delle Warpaint e Nick Zinner di casa Yeah Yeah Yeahs, passando per Nathaniel Walcott dei Bright Eyes. Nonostante l’alta percentuale di contributi, la presenza degli ospiti si intreccia con grande naturalezza al grande affresco di Punisher. Un disco che, nelle parole della Bridgers, investiga l’intorpidimento delle relazioni, o del post per meglio dire; una stasi che striscia sotterranea fra le ansie vivide e persistenti fino a sfociare nel terrore, tema approfonditamente scandagliato nei testi della cantautrice. Il più grande errore di un disco così atteso, così incensato, è la disarmonia del suo pattern sonoro, totalmente appiattito su classicissimi fingerpicking, inserti indie rock e vocalità chimica.

La chiamano “cantautrice millennials”, capace di trascendere tradizioni e tempi. Se ci riuscirà, in futuro, vi faremo sapere.

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