Recensioni

5.9

La formazione di Saratoga Springs (New York) seguita a non mantenere appieno le sue promesse. Dopo il già insoddisfacente Three, che aveva testimoniato una perdurante incapacità di esprimere compiutamente il proprio potenziale, pur riconoscibile, i Phantogram danno alla luce il loro quarto lavoro: Ceremony, il primo album su cui il duo ha lavorato interamente a Los Angeles, trascorrendo una settimana al mitico studio Rancho de la Luna.

Undici brani dall’assemblaggio non sempre felice, che attraversano sonorità composite spazianti dall’electro-pop all’alt-rock primi anni 2000. Dopo l’ingannevole avvio di Dear God, pregna di atmosfere funk e psych-tronic danzerecce che nemmeno i più recenti Tame Impala, i toni si fanno improvvisamente dark, senza tuttavia rinunciare a sequenze prevedibili e catchy, che di fatto neutralizzano tutto il potenziale oscuro del mood suggerito, facendoci apparire i Phantogram in tutta la loro disarmante inoffensività (stesso identico processo in Let Me Down, Mr Impossible e Gaunt Kids). E se talvolta si tenta di evocare un certo trip-hop (anche quello chiaramente riferibile a un preciso paradigma riconducibile alla fine degli anni ’90 e ai primi anni del 2000), come in News Today o nella title-track, quasi mai si giunge a un livello adeguato di incisività.

È un lavoro per molti versi deludente, confuso e non sufficientemente a fuoco, dove ancora una volta ci si domanda quale sia effettivamente la strada da seguire.

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