Recensioni

Degli antieroi “maledetti” sopravvissuti agli anni ‘70, Peter Perrett è uno dei forse meno conosciuti e celebrati ma può vantare un culto di tutto rispetto: con i The Only Ones fu uno dei protagonisti più singolari dell’ondata punk inglese, andandosi però ad allineare sul versante new wave newyorchese e urbano di colleghi come Jim Carroll e Johnny Thunders, con cui ha condiviso non solo la discendenza rock’n’roll e l’afflato poetico del maestro Lou Reed ma anche, coerentemente, una vita di eccessi (non si sa come, senza lasciarci le penne).
Dopo aver attraversato decenni di dipendenze che lo hanno tenuto lontano dalla musica attiva, da qualche anno abbiamo assistito con sorpresa e gusto a un inatteso ritorno sulle scene sia in seno al gruppo riformato (sulla scorta della riscoperta dell’anthem power pop Another Girl, Another Planet – una di quelle canzoni che, come Teenage Kicks degli Undertones, racchiude tutto un mondo in una manciata di accordi e parole stagliandosi lassù, tra i classici immortali, con gente come Paul Westerberg lì a prendere appunti per costruirci intere parabole), sia da solista con un second coming iniziato nel 2017 con How The West Was Won e proseguito nel 2019 con Humanworld.
Sin dal titolo The Cleansing – “ripulita” o “purificazione”, se volete – si presenta come la dichiarazione artistica più importante di Perrett da almeno quarant’anni a questa parte, ovvero dalla fine (discografica) degli Only Ones. Attraverso ben venti episodi per oltre un’ora di durata, accompagnato dai figli Jamie (chitarra e produzione – entrambe eccellenti) e Peter Jr. (basso) e da ospiti d’eccezione come Bobby Gillespie, Johnny Marr, Carlos O’ Donnell dei Fontaines DC e Alice Go, Perrett mette in atto la sua messinscena definitiva con la maestria lirica del grande autore che è.
Basta leggere titoli come I Wanna Go With Dignity, Do Not Resuscitate o ancora Mixed Up Confucius (genio? Genio!) e Art Is A Disease per avere idea di dove voglia andare a parare questo settantaduenne (classe ’52) con occhiali rigorosamente scuri e capelli nero corvino, armato di Telecaster, qualche accordo e parole taglienti come lame. “Don’t wanna overstay my welcome / I wanna go with dignity, please help me” (“non voglio essere di troppo, me ne voglio andare con dignità, aiutatemi vi prego”) fa sardonico a inizio disco, con la voce arrochita alla Marianne Faithfull e l’accento inconfondibile del sud di Londra, sostenuto da un robusto muro di chitarre a metà tra Dream Syndicate e Jesus And Mary Chain, e non sai davvero dire dove finisca la confessione a cuore aperto e inizi la presa per il culo, nel più genuino spirito punk rock.
La scelta è quella, consapevole, di esorcizzare il proprio mito personale con sarcasmo e ironia, metabolizzandolo in un linguaggio ben codificato che attinge a piene mani dal caro vecchio rock’n’roll di marca Velvet Underground, passa per il sempre amatissimo power pop (gli irresistibili singoli Disinfectant, che sul finale deraglia à la John Cale, e una Fountain Of You in cui lo si scopre sorprendentemente affine ai Go Betweens della maturità) e si diluisce in ballate (in)dolenti (All That Time, Crystal Clear, Survival Mode, Less Than Nothing) arrivando a picchi di scrittura magistrali, come una Secret Taliban Wife il cui humour nero sembra venir fuori dalla penna beffarda di Robyn Hitchcock (“she’s sending me video on Whatsapp”) o, una Solitary Confinement (“we’re always doing time”, “stiamo sempre scontando la nostra pena”) in cui pare per un attimo risuonare la Celluloid Heroes di Ray Davies.
Tra arrangiamenti gustosi ed essenziali quanto, a volte, ricchi e sorprendenti (le distorsioni sintetiche alla Gary Numan di Women Gone Bad, l’indie rock sporcato di elettronica di The Cleansing, la psichedelia di Art Is a Disease) e passaggi lirici non meno che illuminanti (“dont get drawn into a fight, just because you know you’re right“, “non lasciarti trascinare in un litigio, anche se sai di avere ragione”, o ancora “art is a disease that mocks the afflicted“, “l’arte è una malattia che si prende gioco di chi ne soffre”, per finire a “coming out like Richard Pryor, she’d always set herself on fire”), sono davvero tanti, troppi i momenti memorabili che andrebbero menzionati e che emergono, nuovi, ad ogni ascolto ripetuto, ma finiremmo per togliervi il piacere (non temete la scaletta da doppio album: in casi come questo, la perseveranza ripaga). Non un disco, ma una vera e propria masterclass in songwriting rock. Applausi, e lunga vita.
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