Recensioni

7.2

A uno piacerebbe pure voltarsi, trovare la prima porta disponibile e lasciare la stanza, abbandonando quella “lingua estinta” che è il rock. Ci starebbe. Andare dalle parti di tutto quello che oggi parla di ciò che siamo diventati, a livello individuale e sociale: generi come hip hop ed elettronica, musiche che forse fotografano meglio l’esistente (e che comunque coinvolgono più persone, e quindi vuoi mettere?). Ripetiamo: ci starebbe. Ma forse i veri fortunati, oggi, sono quelli che possono abbracciare tutto: sia il nuovo e giovanile che il vecchio. Perché – e qui sta il punto – se il “vecchio” produce dischi come questo Humanworld di Peter Perrett (nuova uscita dopo il precedente How The West Was Won, datato 2017), chi siamo noi per escluderlo o – peggio – non dire della sua qualità? Chi siamo noi per dire: ehi ma non è hip hop, non è elettronica, e cosa fai? Ascolti dischi di un anziano ex-leader degli Only Ones oggi? Ha senso?

Fanculo il senso. E fanculo pure a questa ansia da originalità, alle classifiche su quale genere sia oggi più importante in Occidente, robe che supponiamo (ma perdonateci il tono fatalista) uccidano la musica. Per carità, non vuole essere la classica affermazione da “si stava meglio prima”. Soltanto, sono dischi come questo che ti fanno ritardare un po’ di più l’abbandono dei dischi con chitarre.
Ok, il nuovo di Perrett non è rivoluzionario, non abbatte alcuno steccato. Eppure, forse, con la sua semplicità (e la penna stellare del suo autore), ci fa capire una cosa: la bellezza, semplicemente, non puoi escluderla. E una seconda cosa: forse il rock sta diventando una sorta di musica esotica, una suggestione di qualcosa che non è affatto al centro della scena, che è fuori dai grandi riflettori. Vivaddio! I margini sono la cosa migliore che può succedergli, perché quando è lì questa musica tira fuori il meglio di sé.

Peter Perrett, d’altronde, è uno che ai margini ci è praticamente sempre stato. In quarantuno anni ha pubblicato (da solo, con gli Only Ones e The One) solo sei lavori lunghi, una miseria produttiva che è anche stata rispecchiata nelle vendite. Non ci è diventato ricco, Perrett, con questa musica. Eppure noi siamo ancora qui a goderne: quelle chitarre affilate, quella voce tra il gracchiante e l’avvolgente, quelle melodie perfette che ormai costituiscono una sorta di marchio di fabbrica. Se esiste qualcuno in grado di unire power pop, Lou Reed e Jim Carroll, Paisley Underground di scuola Dream Syndicate (ma senza la dose di elettricità della band di Steve Wynn), è Peter Perrett: ascolti l’incipit di Walking In Berlin e sei dalle parti dei Velvet del terzo album, e come potresti non stare bene? Sei nel mezzo di Believe In Nothing e un violino, inaspettato, entra a carezzarti e scorticarti allo stesso tempo, e come fai a non ringraziare di essere vivo e di poter ancora ascoltare questa roba? Partono War Plan Red e 48 Crash e praticamente gli Only Ones sono di nuovo in quella stanza, quella che all’inizio volevi abbandonare, ma diciamoci la verità: oggi, con questo disco, chi te la fa fare?

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