Recensioni

La famiglia reale britannica è invecchiata, la serie The Crown pure. La quinta stagione della fortunata opera di Peter Morgan era, forse, la più attesa del franchise, ma non è all’altezza delle sue precedenti, sia in termini di sceneggiatura che di regia.

Siamo nel pieno degli anni ’90: il Regno Unito sta passando una fase di transizione, il conservatore Mayor cede il passo al laburista Blair, il dibattito politico passa attraverso la tv. Il mondo sta cambiando, e Peter Morgan vuole renderlo chiaro fin dalle prime scene: in una stanza di Buckingham Palace appare per la prima volta un computer, prima ancora di vedere in volto la nuova Elisabetta. Una regina che è inevitabilmente invecchiata, ed è diventata più insofferente alle vicissitudini sia pubbliche che private. Non a caso ad inaugurare la serie è l’annus horribilis, il 1992: così lo definì la sovrana in un discorso in onore del suo quarantesimo anniversario al trono. Un anno difficile, in cui tre dei suoi quattro figli si separarono e il castello di Windsor fu divorato dalle fiamme. In una scena, la regina madre critica Elisabetta per la scelta di parole melodrammatiche, che in un certo senso attestano la debolezza della corona. “No”, interviene Filippo, lei ha il diritto di usare quelle parole perché “è umana”. Che poi è quello che cerca di ripeterci la serie dalla prima puntata, per quanto ovvio sia.

La cosa più interessante di The Crown è sempre stato il rapporto che lega Elisabetta alla famiglia e al Paese. Le sue relazioni, anche quelle più intime, hanno sempre un legame con una sfera più ampia, quella sociale e politica, perché come tutti ripetono, quella dei Windsor non è una famiglia, è un sistema. La Regina se ne sta ferma come il Sole mentre tutti gravitano attorno a lei, evolvendosi. Anche stavolta si è ripetuto quello schema, ma né Carlo, né Margaret, né Filippo o la tanto attesa Diana adulta hanno la profondità che li contraddistingueva nelle stagioni precedenti.

L’interpretazione di Dominic West nei panni del principe Carlo (oggi re Carlo III) è lontana anni luce dalla complessità che aveva apportato Josh O’Connor al suo personaggio, risultando solo come un uomo sicuro di sé, persino piacente, con tanto da offrire, tante luci e poche ombre. Neanche il confronto finale con Diana (Elizabeth Debicki) può sistemare le cose, perché se Carlo appare come un uomo cieco, incapace di vedere le sofferenze della ex moglie, la principessa è dipinta sempre come una donna capricciosa, insofferente al sistema ma incapace di veicolare un minimo di rabbia, di senso di rivalsa (un’energia che apparteneva invece ad Emma Corrin, Diana della scorsa stagione). Lo dimostra anche il suo colloquio con la Regina, in cui alla fine appare persino pentita dell’intervista che ha concesso alla Bbc. È come se quella decisione fosse stata impulsiva, frutto di un atteggiamento infantile. È come se Elizabeth Debicki fosse stata più impegnata a perseguire la verosimiglianza nella voce, nei gesti e nei movimenti, che a veicolare delle emozioni diverse. “Imitare” un personaggio a tutti i costi non sempre fa bene: in questo senso, è stata molto più convincente l’interpretazione di Kristen Stewart nel bellissimo Spencer di Pablo Larraín (recensito su queste pagine da Elena Raugei), che è perfettamente calata nella parte pur non copiandone la gestualità o la voce. Questo perché il film di Larrain non è interessato al dettaglio biografico, ma è una sorta di favola nera tra perle ingoiate e il fantasma di Anna Bolena, che si concentra soprattutto sulla bulimia di Diana. Un tema affrontato nella quarta stagione di The Crown e mai più ritoccato, questa volta citato solo una volta (un po’ alla ‘o dimo di Boris 4).

Peter Morgan era forse più impegnato a fare l’occhiolino a Carlo che a ricostruire un conflitto, un rapporto vero. Quantomeno è una rappresentazione originale, visto che è la prima volta che ne viene fuori un ritratto impietoso di Diana e compiacente del principe. Neanche la figura di “principessa del popolo” sembra qui esistere: la maggior parte delle scene di Diana sono ambientate a casa sua, mentre c’è solo un episodio in cui la vediamo in ospedale, tra i malati. Episodio che serve più che altro ad introdurre un nuovo interesse amoroso e la sua attrazione per gli uomini pakistani: di certo, è singolare che venga mostrato il suo atteggiamento da razzismo interiorizzato («lei da dove viene? Che lingua parlava da giovane? E i suoi genitori che lingua parlavano con lei?») e non, invece, l’aspetto della bulimia. Non che vada fatto necessariamente un ritratto positivo della principessa, ma qui lei risulta poco caratterizzata proprio perché sul piatto della bilancia ci sono più contraddizioni e difetti che fragilità e punti di forza.

Da manuale, invece, Elisabetta e Filippo: Jonathan Pryce ricorda molto l’interpretazione di Matt Smith nel giovane principe consorte, ma i rapporti tra i due sono sempre un po’ gli stessi. Lui le ricorda quanto ha rinunciato per la corona, la moglie reagisce in silenzio perché non c’è niente che possa fare.

C’è una nota positiva, ed è quella di Mohamed e Dodi Al-Fayed. Mohamed, proprietario dei noti magazzini Harrods a Londra, è il padre miliardario dell’uomo che, nel ’97, perse la vita nell’incidente parigino in cui morì anche Diana, Dodi. Due uomini egiziani molto diversi, che tratteggiano un racconto anche questo da manuale, lineare. Ma dietro la sudditanza di Mohamed nei confronti dell’Inghilterra, del suo sistema, delle sue tecnologie, c’è un microcosmo più ampio, quello del colonialismo, dei rapporti tra denaro e potere e quello tra padre e figlio. Una relazione conflittuale, profonda, ma fatta anche di tanto affetto.

Intelligente anche la scelta di prendere il Britannia come simbolo della decadenza della monarchia: l’Her Majesty’s Yacht, che ha servito la famiglia reale per più di 40 anni, naviga ormai su acque incerte, logorata dal tempo e dall’istituzione. La regina pretende che il Governo paghi per il suo ammodernamento, ma i tempi sono cambiati, il popolo non vuole più pagare le tasse per dei simboli vecchi e malandati. Peccato che la questione venga ripresa più volte, troppe, fino alla nascita di una nuova nave, cosa poco interessante ai fini narrativi.

Peter Morgan si avvia adesso verso l’ultima stagione. C’è ancora tempo per recuperare una serie che, fino ad oggi, è stato un ritratto di un Paese e di un sistema fatto di luci ed ombre. Speriamo quindi in un’ultima, brillante, stagione: almeno questa quarta parte sarà solo un neo in un’opera fino ad oggi ben riuscita.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette