Recensioni

Mentre se ne sta lì riverso a terra, spiaccicato sul tappeto, in rapimento estatico, o magari semplicemente stoned da qualche lattina di birra in più, o magari semplicemente fulminato dai cavi elettrici degli amplificatori, Michael Hadreas in arte Perfume Genius si pone altrove sia rispetto a chi condivide con lui una stanza, vale a dire la musica, sia rispetto a chi lo osserva dal di fuori, al di là della finestra.
Quella che potrebbe sembrare di primo acchito una copertina weird, della serie what the fuck?, rappresenta a ben guardare alla perfezione il concept di Glory: il conflitto nell’andirivieni fra interno ed esterno, nido privato e sfera pubblica, lockdown e socialità, tendenza innata all’isolamento da lacrimuccia facile, miracolosamente contagiosa per coloro all’ascolto, e routine sotto alla luce dei riflettori, in vetrina. Non solo, le parole dei testi, che si destreggiano con i temi abituali del corpo e del suo decadimento, della famiglia e dell’amore, animano canzoni che godono come mai prima d’ora di un approccio collaborativo, nella composizione e nella pregiata stratificazione degli arrangiamenti. La spalla principale è il compagno di vita e d’arte Alan Wyffels, tastierista, al quale si aggiunge il collaboratore di lungo corso Blake Mills alla produzione. C’è poi una vera e propria band formata da Meg Duffy alias Hand Habits e Greg Uhlmann (chitarre), Tim Carr e Jim Keltner (batterie), Pat Kelly (basso).
Un’apertura verso il mondo ribadita dal coinvolgimento di Aldous Harding, nel duetto pacificante di No Front Teeth, deviato però da cinematografiche chitarre blues. Gli accordi acustici dell’altro singolo di lancio, It’s A Mirror, sempre con un video-racconto filo-Eighties di Cody Critchloe a giocare con il sorrisetto sulle labbra tra relazioni sessuali, esistenza e morte, già dietro la mdp per l’indimenticabile inno queer Queen, anticipavano un country-pop da torrida veranda estiva, oppure da vasti orizzonti. Hadreas a proposito di It’s A Mirror, l’episodio più radio friendly del lotto: «Mi sveglio sopraffatto anche quando non succede nulla. Passo il resto della giornata a cercare di regolarmi, cosa che preferisco fare a casa da solo con i miei pensieri. Ma perché? Quei pensieri sono per lo più cattivi e, inoltre, non sono cambiati da decenni. Ho scritto It’s A Mirror mentre ero bloccato in uno di questi loop di isolamento, vedendo che là fuori c’è qualcosa di diverso e forse anche di bello, ma non sapendo come avventurarmi. Ho molta più dimestichezza nel tenere la porta chiusa».
Contando anche l’atipico e più free form Ugly Season del 2022, nato dalla partnership con la coreografa Kate Wallich per un’opera di danza, Glory è il settimo album per il musicista originario di Seattle, di base a Los Angeles, nel segno di un songwriting vulnerabile e filo-barocco, melodrammatico e anti-dogmatico persino nel maneggiare registri tradizionali. Perché Glory è un album che lo proietta una volta per tutte nella dimensione di classico, per quanto rifugga in generale l’immediatezza spicciola e la linearità. Le canzoni oscillano tra radici materiche e obiettivi digitali, con testi di poesia spesso e volentieri fantasiosamente macabra. La fiaba dream folk con flauto di Full On è indicativa in tal senso, oltre che abile da prassi nello smontare i ruoli di genere: «I saw every quarterback crying / Laid up on the grass / And nodding like a violet». Nel fantasmatico storytelling R&B di Capezio, intitolata in aggancio ironico all’omonima marca da abbigliamento da ballo per donna, torna invece Jason, conosciuto in Set My Heart On Fire Immediately, che avviava il feeling con sonorità più espressamente a stelle e strisce, e ritrovato in Ugly Season.
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