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Vasco Rossi lo dice fin dalle prime battute: l’idea di iniziare a lavorare su un documentario dove poter raccontare in prima persona la propria storia è nata dalle riflessioni sorte in maniera obbligata un po’ per tutti sul pianeta come conseguenza della pandemia di COVID-19, quando chiunque è stato costretto a sigillarsi in casa e ad affrontare i propri pensieri. Poteva essere un’acuta e sofferta riflessione sulla nascita e l’evoluzione del proprio mito, sul contesto rock nell’Italia della fine degli anni Settanta, della trasgressione degli Ottanta, della confusione dei Novanta; un’indagine dettagliata sul rapporto con i fan, che gli permettono di raggiungere record di presenze negli stadi e nelle arene che hanno pochi eguali al mondo, e invece…

Invece, spiace dire che – a meno che non siate dei fan sfegatati – questo Vasco Rossi: Il supervissuto è una continua autocelebrazione, finanche stancante, sia quando fa sfoggio dei pregi del suo protagonista assoluto (che parla in prima persona) sia quando ne tratteggia con autoindulgenza i difetti (che poi sono la cosa per cui Vasco è maggiormente apprezzato da coloro che obbediscono alle sue leggi, a mo’ di rito religioso). Il racconto attraverso filmati e documenti inediti, spesso catturati in maniera randomica da quegli stessi fan presenti ai concerti, sarebbe anche molto interessante se non fosse intervallato costantemente da questo o quell’intervistato che ogni cinque minuti ci ricorda che mente geniale sia Vasco Rossi, di come sia stato rivoluzionario all’epoca, di come abbia saputo rinnovarsi negli anni (e qui chiunque potrebbe un attimo alzare gli occhi al cielo) e di come sia riuscito a scampare più volte alla morte. Tutto (quasi) giusto, ma dov’è il dramma vero? Dov’è il conflitto generazionale (a parte i brevi accenni), dove la trasgressione più pura (e non le solite frasi fatte come “la vera trasgressione per un rocker è mettere su famiglia”)?

Vasco Rossi: Il supervissuto è poi un documentario terribilmente sciatto nella messa in scena, con gli intervistati che si alternano come in un servizio giornalistico qualunque, senza stile né identità ma come ne esistono a migliaia. Impossibile, infine, non rimanere allibiti alle numerosissime strizzatine d’occhio al gossip che ha circondato la vita del cantautore di Zocca, dalle scorribande notturne alle conquiste sotto le lenzuola per poi arrivare alle confessioni di figli illegittimi (il tutto contornato dalle parole della moglie Laura Schmidt, quasi imbambolata e praticamente priva di una propria tridimensionalità se la si rimuove dal contesto). Di tanto in tanto interviene anche il buon vecchio Gaetano Curreri, senza il quale la carriera di Vasco non sarebbe certo stata la stessa. Le sue parole sono concise ed efficaci e restituiscono un quadro “altro” del nostro, distinguendosi da quasi tutte le altre voci prese in esame.

Va detto che ormai da oltre una ventina d’anni abbondante il nome di Vasco Rossi è equiparabile a quello di un brand che si autoalimenta e che ha saputo vendersi brillantemente non solo ai fan ma anche al resto di un pubblico che non può non subirne il fascino sempiterno di rockstar maledetta. Ci troviamo davanti una vera macchina da guerra capace di scuotere l’industria discografica e non (basti pensare ai risultati registrati in sala con la riproposizione dell’ultimo live concert), con una strategia davvero collaudata e praticamente infallibile sotto quasi ogni aspetto. Il supervissuto si nutre principalmente di questo aspetto facendone uno dei suoi punti di maggior forza.

Ciò che rimane è un racconto che i fan del Blasco conosceranno già a menadito e che tutti gli altri potranno gustarsi senza ricevere troppi guizzi (se non si avanza la pretesa di riceverne). Se non altro, gli ultimi due episodi (su cinque totali) hanno il buon senso di focalizzarsi sui record di presenze negli stadi, che è l’unico dato positivo degli ultimi 20 anni di carriera del nostro (insieme ovviamente ai dati delle classifiche), con il documentario nato forse sì dalla precisa voglia di riflettere su di sé in un periodo molto complicato (la pandemia) ma evolutosi com’era immaginabile a puro strumento di promozione, in vista dell’ennesimo tour in partenza.

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