Recensioni

Sessantasei giri attorno al sole. Ma il traguardo non è giungerci, ma arrivarci come Paul Weller, il Modfather, il padrino del brit-pop, l’eroe del dad-rock, un mod passato in breve tempo alle atmosfere jazzate del Café Bleu, dai Kinks abbracciati al punk fino a Curtis Mayfield e la Garota de Ipanema cantata goffamente sul palco con una giovane Tracey Thorn. Capace di cadere, farsi male (Modernism: A New Decade, album degli Style Council in chiave house rifiutato dalla Polydor) e rialzarsi subito, reinventarsi attingendo dal soul e dai Traffic di Steve Winwood, cambiare le carte in tavola e non apparire mai un artista “di ieri” neanche quando spesso e volentieri si dedica a compilation di singoli e b-side, BBC sessions, rivisitazioni orchestrali. Dall’ambizioso e affascinante 22 Dreams del 2008 in poi ogni suo disco era un taglio netto con la tradizione, ora pasticciando con l’elettronica, ora abbozzando energiche canzoni rock di meno di tre minuti. Forse per questo è complicato dare un giudizio su 66, diciassettesimo album solista dell’artista britannico: ci ha abituati troppo bene.
Intitolare un album come gli anni che compie (o l’età che aveva mentre ci lavorava, come è ormai consuetudine per Adele) può non sembrare una buona idea. In fondo ci è arrivato pure Rick Astley, con la sua solita sottovalutata ironia e intelligenza. Ma 66 è un bel numero: ricorda Route 66, richiama un anno magico per la musica (il 1966 di Revolver dei Beatles, di Pet Sounds dei Beach Boys, di Freak Out! e di Blonde on Blonde) e ben si presta per una copertina curata da Peter Blake, oggi novantunenne, che torna a lavorare per Paul a quasi trent’anni dall’ottimo Stanley Road. Sempre in forma, nonostante i lunghi capelli bianchi e le rughe che solcano il suo viso, Weller qui sorprende meno del solito, per la prima volta sembra voler riprendere fiato e puntare sulle melodie, sulle ballad ben congegnate, facendosi aiutare da un manipolo di amici vecchi e nuovi. Se è vero che nelle interviste non perde occasione a dichiararsi innamorato di nuovi dischi delle nuove leve, dal pop all’elettronica, qui nel nuovo disco tutti i territori sono già stati ampiamente esplorati dal nostro.
Partiamo dalle solide certezze: alla produzione c’è Charles Rees, il cui sodalizio con il changingman di Woking risale a Heavy Soul del 1997, e agli arrangiamenti orchestrali si conferma preziosa la presenza di Hannah Peel, già in A Kind Revolution, True Meanings, On Sunset e Fat Pop. C’è una canzone che porta la firma di Dr. Robert dei Blow Monkeys, Rise Up Singing, che era già stata proposta in un disco dei Monks Road Social, che vede la partecipazione oltre che di Paul anche di Mick Talbot, suo partner in crime ai tempi degli Style Council. Alla festa ha preso parte anche Graham McPherson, ovvero Suggs dei Madness che ha scritto il testo di Ship of Fools e quello del terzo (bel) singolo Nothing. Poteva mancare all’appello Noel Gallagher? Assolutamente no, anche se il suo contributo – Jumble Queen – è un compitino vestito di tutto punto, con un frizzante arrangiamento di fiati, ma scritto senza metterci troppo impegno. Funziona assai meglio la collaborazione con Bobby Gillespie dei Primal Scream, la travolgente Soul Wandering che arriva dopo una doppietta di brani sonnacchiosi e col freno a mano tirato (in particolare Sleepy Hollow).
Christophe Vaillant (Le Superhomard) è in stato di grazia in My Best Friend’s Coat, un valzer lungo la Senna eseguito con grazia da crooner anni Cinquanta, quasi alla Scott Walker. Romanticherie da jazz club dopo il tramonto tornano, non a caso, anche nell’altro contributo di Vaillant A Glimpse of You, mentre il polistrumentista scozzese Erland Cooper dei Magnetic North trasporta Weller in un una dolce psichedelia eco-apocalittica, tra suggestioni pinkfloydiane (Brain Damage) e un sax alla David Jackson nei Van Der Graaf Generator. Più incerto il risultato in Flying Fish, con una strofa che ricalca The Winner Takes It All degli Abba e una discomusic da orchestra leggera.
Per Paul Weller tre anni senza un disco di inediti sono un’eternità, ma 66 ce lo riporta in parziale stato di grazia, più pensieroso e riflessivo, con meno voglia di rischiare ma con un’expertise ancora oggi invidiabile. A sprazzi più ruffiano di quanto lo vorremmo, non si tratta di un album-chiave né uno che consiglieremmo a chi vuole approcciarsi per la prima volta alla musica del Modfather, eppure anche in questo caso inanella almeno due o tre perle da antologia.
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