Recensioni

Durante la lettura mi sono trovato spesso a chiedermi: sono d’accordo con la tesi di fondo del libro? Il 1991 è stato davvero un anno-spartiacque? Ogni volta mi sono dato la stessa risposta, via via sempre più convinta: non importa che io sia più o meno d’accordo. Il fatto che lo sia stato per Paolo Bardelli è quello che conta, assieme alla possibilità che possiamo confrontarci – come lettori – con questa idea. Detto questo, è chiaro che l’anno in cui sono usciti tra gli altri album come Screamadelica, Gish, Blue Lines, Loveless, Spiderland, Laughing Stock, Nevermind, Out Of Time e Achtung Baby – a questi ultimi tre è dedicato non a caso un capitolo apposito, intitolato “Mai dare per scontati i fondamentali” – non può essere considerato un anno qualsiasi, almeno non dal punto di vista del rock.
Già autore di Piccola guida agli anni Dieci (Arcana, 2020) e storico redattore della webzine Kalporz, Bardelli si mette in gioco ricorrendo alla modalità “personal essay”, ovvero infarcendo con aneddoti personali un’analisi che del resto non lesina aneddoti e citazioni. La lettura ne esce così vivace, la disamina delle molte scene e degli innumerevoli album procede agile non lesinando intrecci e ramificazioni. Tanta e tale è la quantità di indizi messi sul tavolo che la tesi di partenza in effetti guadagna in autorevolezza pagina dopo pagina: al netto di situazioni coeve altrettanto importanti (l’hip-hop e l’elettronica su tutti, ma anche quel magnifico ibrido che fu il trip-hop), davvero il 1991 fu il crogiolo in cui molte ipotesi rock giunsero a maturazione o dettero vita ai primi germogli, si tratti (ovviamente) del grunge o del post-rock, del brit-pop o del crossover, del metal o dello shoegaze, senza contare gli elementi impossibili da catalogare come Jeff Buckley o i Talk Talk.
Questo che potrebbe essere a tutti gli effetti considerato il vero inizio dei Nineties, almeno dal punto di vista del rock, secondo Bardelli deve a Leisure – album d’esordio dei Blur – il primo importante vagito, col suo sintetizzare e superare le diverse istanze madchester di stampo Happy Mondays e Stone Roses, indicando la direzione post-ideologica che diverrà il vero accordo dominante di tutto il rock del decennio (e oltre). Poi c’è ovviamente tutto il resto, che è molto, perfino troppo.
Lavori antologici del genere prestano il fianco infatti alle critiche – quasi sempre oziose – di chi sembra fare una vera e propria missione del mettere in evidenza ciò che manca, un rischio dal quale Bardelli sembra essersi voluto cautelare citando di tutto di più, anche titoli e band sulle quali – come ammette lui stesso – non ha molto da dire. Ecco, se c’è un difetto è proprio l’eccessiva generosità, una febbre di completismo che ha impedito quel pizzico di selezione in grado di rendere il tutto più limpido, meno dispersivo. Ma capirete che si tratta di peccato veniale, che oltretutto ha il merito di scovare pepite oscure e diamanti grezzi ignorati dai più (a tal proposito, avrebbe fatto comodo un indice dei nomi, ma pazienza).
In conclusione, lettura interessante proprio per lo sguardo articolato e d’insieme su un anno solare che giusto due decenni fa vide il rock tornare prepotentemente al centro del palcoscenico, grazie a una serie di circostanze favorevoli, certo, ma anche – soprattutto – all’attitudine proteiforme carburata dall’impeto di chi sente la centralità del proprio ruolo. Tutti elementi che oggi l’appassionato di rock è tenuto a rimpiangere, anche se è bene farlo con una cognizione di causa che queste pagine aiutano a irrobustire.
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