Recensioni

6.5

Tra fine 2019 e fine degli anni Dieci, nelle ultime settimane abbiamo assistito a una vera e propria invasione di classifiche. Non si tratta di una mania recente, certo che no. È che oggi alle classifiche delle pubblicazioni “tradizionali” si affiancano quelle di webzine, blog e profili social di ogni ordine e diffusione, senza contare le varie trasmissioni video e radio ormai esplose e frammentate su piattaforme in grado di sintetizzare capillarità e globalità, il tutto ovviamente condiviso più volte, dentro e fuori la “filter bubble”. Ne consegue che il principale valore di queste classifiche – quello cioè di proporsi come mappe in un’epoca sempre più affollata di proposte – finisce per diluirsi in un caos segnaletico, un eccesso di selezioni che necessiterebbe paradossalmente di ulteriore selezione. L’appassionato di musica oggi è una specie di natante alla deriva in un catalogo oceanico: troppe mappe a disposizione equivale a nessuna mappa. Il naufragio, signori, è dietro l’angolo.

L’idea di un libro che si proponga come Piccola guida degli anni Dieci può sembrare quindi un altro elemento di entropia: in parte è vero, ma non è del tutto così. Anzi: il principale merito di questo volume è al contrario il senso di discontinuità rispetto al tumulto, la voglia di mettere a punto il giusto grado di argomentazione e intensità. Vuoi per la dimensione – 160 pagine – e vuoi per il formato – una selezione di 50 avvenimenti, 50 album e 50 canzoni – si avverte il tentativo di consolidare un momento – la cuspide tra anni Dieci e Venti – che pure è il frutto di una catena di momenti, sguardi e fotogrammi successivi, spesso frenetici, soggetti alla (doppia) dittatura di velocità e deperibilità. Paolo Bardelli vive da anni sul pianeta delle webzine (è caporedattore di Kalporz), quindi è complice (come il sottoscritto) del processo che produce il caos suddetto, ma qui sembra voler mettere in pausa il meccanismo, prendere un respiro e riconsiderare l’accaduto in uno scenario più ampio. Gli anni Dieci, appunto.

La lettura è agile, ti invita a procedere pagina dopo pagina oppure – se preferisci – alla consultazione “enciclopedica”. La profondità delle analisi è regolata sul livello recensione con l’aggiunta di una consapevolezza estesa agli sviluppi del decennio, quindi procede con leggerezza ma senza rinunciare a inseguire gli esiti, le tendenze, le linee di forza stilistiche e tematiche. Tutto ciò vale per i dischi ma anche per i fatti, la cui selezione – talora, ok, opinabile – viene giustificata per le conseguenze nel medio e lungo periodo. Proprio in merito alla sezione dei fatti, va detto che non sempre il lavoro di inquadramento risulta convincente: a tratti affiora la sensazione che i criteri di scelta obbediscano a motivi abbastanza estemporanei (del resto è lo stesso Bardelli a mettere in chiaro nell’introduzione – e a ribadire nel tono generale – che non è stato facile conciliare oggettività e soggettività) o, peggio, al bisogno di rispettare la formula editoriale. Opinione personale: forse una semplice cronologia degli avvenimenti e un capitolo di analisi sarebbero stati meno accattivanti (sicuramente lo sarebbero stati) ma avrebbero giovato alla robustezza del progetto.

Che resta in ogni caso interessante. Detto che la scelta degli album mette in evidenza l’attitudine sfaccettata ormai tipica dell’ascoltatore contemporaneo (se il rock è la luce guida, non mancano titoli di area electro, hip-hop e pop), a mio avviso Bardelli cala sul piatto le carte migliori nella terza sezione, quella delle 50 canzoni (in realtà 51: la bonus track è d’obbligo, in questi casi): proprio perché nella dimensione più particolare del singolo pezzo l’emotività affiora e, come spèesso capita, prende per mano la ragione. Di conseguenza, le chiavi della scrittura si accordano avvicinandosi al cuore della questione, ovvero – se preferite – al concetto di “erotica” della musica sviluppato dal duo Buonaguidi e Setola in Ambulance Songs. Vale a dire, porsi la domanda: perché la musica – un disco, una canzone – continua a rivestire tanta importanza in me individuo e cittadino degli anni Dieci (e quindi, in prospettiva, anni Venti)?

La risposta è nella prosa di Bardelli, che qui sembra lasciarsi maggiormente alle spalle le formule da critico/recensore, si spreme il cuore e pennella in maniera assai godibile forma, sostanza e circostanze di canzoni colte dal catalogo impazzito ma pur sempre accorato di anni che ci siamo appena lasciati alle spalle. E che hanno molte cose da raccontarci, presumo, sugli anni che ci apprestiamo a vivere.

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