Recensioni

7.3

Changing Channels è il terzo album di Pangaea, dopo Release (2012) e In Drum Play (2016). Arriva ad un anno di distanza dal singolo Fuzzy Logic/Still Flowing Water e ne porta alle estreme conseguenze la formula riassumibile in una sola parola: banger.

Il Nostro è il più diretto e sfacciatamente orientato al dancefloor all’interno dell’iconico collettivo ed etichetta Hessle Audio insieme a Ben UFO e Pearson Sound (vedi la ‘conversione’ techno e relativo mixato per Fabric del 2014), e dunque non è certo un novellino in questo campo. Nell’ultimo lustro, i singoli Bone Sucka/Proxy (2018), Cuba Vox/You Know What’s Up (2018), Like This/Midnight Plane (2020), e il sopracitato Fuzzy Logic/Still Flowing Water (2022), si muovevano proprio in questa direzione, di fatto fungendo da contraltare estetico allo sperimentalismo e alla nuance tipici in casa Hessle Audio.

Changing Channels porta questo spudorato funzionalismo danzereccio al livello di raffinazione e rifinitura successivi. Lungo le sette tracce in scaletta, Kevin McAuley si muove con disinvoltura fra techno (il primo singolo estratto, Installation), garage house (Hole Away), tech-house (The Slip), breakbeat (If), concedendosi persino un finale happy hardcore (Bad Lines). L’album è attraversato da una filigrana pop che lo avvicina alle big room e ai palchi dei grandi festival molto più che al rigore e alla seriosità dell’undergound alternativo (di cui pure si era mostrato maestro con le sue prime escursioni dubstep una quindicina d’anni fa). La bravura e l’acume di Pangaea sta proprio qui, nel trovare l’equilibrio fra queste istanze da sempre in tensione nell’universo della dance music.

Changing Channels è infatti accessibile senza essere facilone, dà gratificazione immediata senza essere banale. Di primo acchito lo si potrebbe scambiare per un corrispettivo dance del junk food – un prodotto nato per stanare la fame chimica e/o far impennare i livelli di dopamina – ma ad un ascolto attento emergono tutti i suoi pregi. E così, il vocal giullaresco e la melodia dal piglio pop di Installation finiscono col diventare irresistibili (e d’altronde la traccia è stata testata nei circuiti dei festival estivi). Proprio l’utilizzo dei vocal rappresenta il fiore all’occhiello del Pangaea odierno, come nell’ibrido US-UK garage di Hole Away, o nell’ottima If, che trova il punto d’incontro fra gli hook e le melodie memorabili degli Overmono e il taglio dreamy del post-dubstep anni ’10. O ancora in The Slip, la traccia più debole o perlomeno più stereotipata del lotto, tenuta a galla proprio dal vocal contagioso.

Dicevamo della maestria nel far coesistere gli opposti; la title-track e la conclusiva Bad Lines sono casi da manuale in tal senso. La prima sembra un pezzo tech-house come tanti per il primo minuto finché non entrano in scena accordi dub techno di scuola Basic Channel  a sovvertirne l’andamento, mentre la seconda fa calare il sipario su una galoppata happy hardcore/trance riuscendo nel compito tutt’altro che scontato di suonare euforica e zuccherina senza mai oltrepassare la soglia del mellifluo o del pacchiano. Discorso simile per Squid, unica traccia a deviare parzialmente traiettoria lasciando in disparte il su-le-mani a favore dell’ondeggiare-a-occhi-chiusi, con una melodia tanto sognante quanto intossicante à la Talaboman o Baba Stiltz.

I detrattori potranno puntare il dito contro la carenza di sperimentalismo progressista tipico delle migliori uscite targate Hessle Audio, o obiettare che non si tratta di un album vero e proprio ma di una raccolta di singoli (non a caso il formato fisico delle sette tracce è stato spalmata su due diversi EP). A voler essere ancor più pignoli, si potrebbe avere da ridire sulla durata delle tracce, con quattro di loro a non superare neanche i 4 minuti – non la mossa più DJ-friendly per un album pensato avendo il dancefloor come riferimento.

Tutto ciò non ci farà gridare al capolavoro o al game-changer, ma che i brani di Changing Channels siano all killer no filler è fuori discussione. In un panorama elettronico che, dal post-pandemia, sembra essere fin troppo indulgente con sé stesso per quanto riguarda l’impennarsi dei bpm e la (ri)scoperta degli elementi più kitsch, Pangaea offre una lectio magistralis di come si possa suonare accessibili e diretti mantenendo intatta la propria integrità artistica.

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