Recensioni

Da un lato John Talabot, catalano, interessato ad atmosfere oniriche influenzate dal synth-pop e dall’italo disco. Dall’altro Axel Boman, che da buon scandinavo amante della cosmic disco, si dedica ad una deep house tagliata funky e balearic. Insieme nel progetto Talaboman, perfetta crasi dei loro nomi, i due cercano di ibridare le rispettive peculiarità in un album che sembra indirizzato sia a un ascolto da camera, sia ad un’esperienza da club (seppur tinta di malinconia).
Talabot nel 2013 ha pubblicato l’ottimo ƒin, all’incrocio tra elettronica da club e folktronica; Boman, con il Family Vocation pubblicato sempre quell’anno, si è dedicato ad esplorare i lati più umani, sensuali e melodici della house. Da quell’anno i due producono e suonano assieme e separati in tutto il mondo, facendosi un nome di tutto rispetto anche come dj. Sideral, il singolo con cui inaugurano Talaboman, è del 2014, un mix di atmosfere oniriche e passetti cosmici, mentre in questo The Night Land ad unirli è l’approccio sentimentale, melodico e ambientale all’elettronica di Dj Koze e Pantha Du Prince, fuso ad atmosfere cinematografiche retromaniache. Safe Changes ne è la dimostrazione lampante, tra arpeggi di synth badalamentiani, un ammaliante e sensuale ritmo downtempo e intervalli di voci pescate da film sci-fi come Android del 1982. Si continua per strade oniriche in Loser’s Hymn, dove Talabot e Boman centrano un buon riff melodico fatto di synth spettrali, incastrandolo tra bassi in droning e una cassa dritta da prime luci dell’alba. L’incrocio tra Boman e Talabot è evidente in Brutal Chugga-Chugga e Six Million Ways, altri due percorsi che, tra synth in riverbero e pad rasserenanti, portano l’ascoltatore in una dimensione spensierata e meditativa (dalle parti di Boards Of Canada o dell’Aphex Twin dei Selected Ambient Works) senza rinunciare a timidi sprazzi di luce cosmica. È in questi episodi che emerge l’obiettivo dell’album, dichiarato sin dal titolo: perdersi nelle sfumature della notte, abbandonarsi a visioni fumose, non solo, però, tramite l’ascolto immersivo, ma anche muovendosi ad occhi chiusi in un club.
Esperti della consolle, Boman e Talabot sanno alla bisogna far emerge il rapimento da club in una Samsa dove l’house ritorna disco tra la leggerezza dei beat e il papabile sentimento del groove. Astrazioni che, con The Ghosts Hood, si avvicinano alla techno di Berlino grazie a un incedere di cassa e a scuri droni contrappuntati funky. Balistiche tra colore (Boman) e sogno (Talabot), poggiate su una buona dose d’esperienza, sono alla base della riuscita annunciata sulla carta e ora confermata dall’ascolto di un disco che non spicca per soluzioni sonore innovative, ma sembra già pronto per i festival estivi.
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