Recensioni

Le cose più interessanti in ambito black quest’anno sono arrivate dal Regno Unito: si tratti rielaborazioni jazz tra lo psych e il cosmicheggiante (vedi Shabaka Hutchings e compagnia) o di nuove promesse femminili ora hip hop (Flohio su tutte) ora più su un versante fatto di morbidezze soul (Arlo Parks il nome da spendere). E che ci fosse un mondo di hh dietro al grime in UK era cosa che già l’educatissimo Loyle Carner aveva ribadito di recente. E per uno Skepta che gigioneggia e uno slowthai che fa il prezzemolino tra un feat e l’altro, il 2020 è stato anzitutto l’anno di un “nuovo” fermento. Mettiamo il virgolettato perché di nuovo c’è relativamente poco prendendo le componenti di per sé. Come sempre più spesso accade l’elemento innovativo è qui dato dalla sincresi inedita – o piuttosto, mai così riuscita – tra cose pre-esistenti e già abbondantemente canonizzate per conto loro. Stiamo parlando di una serie di uscite che mettono a coabitare modernità tra trap, grime e più generalmente hip hop, e tradizioni che in UK sono importate dalla motherland aka l’Africa. 

Possiamo chiamarlo afro-swing? Afro-trap? Afro-grime? Afro-urban? Chissenefrega della seconda parte del tag, che tanto ci siamo capiti, l’importante è che di sicuro abbiamo tra le orecchie un afro-qualcosa. Artisti giovani, generalmente sotto i 25 anni di età, con radici africane precise e orgogliosamente esibite. Gambia, Ghana, Congo, e via così, trapiantati nel Regno Unito e capaci di assorbire come una spugna le sottoculture della loro nuova località senza con questo snaturarsi o dimenticare le proprie origini. Il risultato di questo melting-pot musicale è un intingolo speziato e mai barocco. Il massimalismo tipico di tante produzioni coeve è preso e gettato nell’umido, a favore di un riduzionismo produttivo che spesso e volentieri fa orbitare campioni e synth vari intorno all’elemento percussivo. Ritmiche che come è naturale tendono al tribale, al levare, alla dancehall e alla contaminazione. Si chiude così un ponte che dal Regno Unito torna all’Africa di un Burna Boy (consigliato recuperare anche il suo Twice As Tall), paladino di un pan-africanesimo che si nutre dello stesso mostro che tenta di distruggere – in altre parole, denuncia il colonialismo usando l’Africa per creare musica da esportazione.

I due dischi simbolo di questo trend britannico sono Send Them to Coventry di Pa Salieu (nelle posizioni altissime della personale classifica finale di chi scrive) e Big Conspiracy di J Hus. Il primo viene dal Gambia, ha un trascorso di sparatorie e vita di strada che chiaramente resta vivo e palpabile nei suoi testi, e musicalmente è un genio. Per entrare nella cosa basta sentire Betty, singolone killer che non se ne va più dalla testa. Un beat clamoroso (ancora il rullante è la chiave di volta), e sentire quel synth che entra nella seconda strofa, e un ritornello contagioso che riesce a rappare e a cantare allo stesso momento senza chiudersi nessuna strada. L’incipit di Send Them to Coventry (Block Boy) contiene già tutto: beat secchissimo, due (due!) note di synth su cui si stratifica progressivamente tutto il resto, e un ritornello che è melodico senza essere cantato. L’andazzo è questo: No Warnin’ è tutta costruita su ritmo talmente semplice che la si potrebbe fare a cappella con i legnetti e sarebbe una figata comunque. Poi ci sono le vocine pitchate giuste (Flip, Repeat), ibridi improbabili – More Paper prende Phil Collins e lo mette a fare una ballata grime – e anche il pezzone pop da dedicare alla ragazza (Energy) (voto 7.4). 

Poi c’è J Hus, origini tra Gambia e Ghana, un altro ragazzo dallo stile di vita non esattamente hygge: è stato arrestato diverse volte per colpa della sua spiacevole abitudine di portarsi dietro un coltello ovunque vada, e quando l’hanno ricoverato in ospedale perché si era preso due lame nelle costole ha pensato bene di spaventare il personale medico profondendosi in gang signs vari dal suo lettino. Non sorprende quindi che Big Conspiracy sia tanto paranoico e riflessivo nei suoi testi quanto l’esordio Common Sense era generalmente giocoso e spensierato nel suo essere il sogno bagnato di un gangsta-playboy senza troppe preoccupazioni. È quindi naturale che la resa in musica sia molto più intima e soffusa di quanto accade nel disco di Pa Salieu. Si spazia tra campioni soul ed echi femminili, sfoglie r&b e pensosi drill (No Denying). Certo ci sono anche momenti più ballabili e radiofonici – senza mai scadere nel dozzinale – come la sculettante Repeat, cui fanno da contrappasso infiltrazioni addirittura jazzate, vedi il piano della conclusiva Deeper Than Rap. Un titolo, quest’ultimo, che già di per sé un bel manifesto. (voto 7.2)

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