Recensioni

A nemmeno un anno dal caleidoscopio proggy di Intercepted Message tornano gli immarcescibili Osees, stacanovisti del garage più selvaggio e demenziale, con SORCS 80, un disco senza chitarre che suona come punk rock dallo spazio profondo.
A partire dall’alienoide in copertina, l’album suggerisce uno scenario di fantascienza di serie B alla Ed Wood, con tutto il consueto armamentario di carabattole garage, divertissements de-evolutivi, e una guida galattica per orientarsi in quel polveroso ma vitale anfratto del rock che mescola ironia, decostruzione, tradizione ed energia primitiva. È qui che trovano spazio gli obbrobri di Captain Beefheart, il nichilismo glam degli Stooges, l’ironia e la rabbia dei Pussy Galore e l’assurdismo postmoderno dei Devo.
Il disco è più immediato e garage del predecessore, a partire dall’iniziale Look At The Sky, una Cretin Hop da Gen X, ricca di cambi di tempo e due minuti e mezzo di feroce lallazione. L’assenza di chitarre, in favore dei sampler, rende l’impasto sonoro profondamente new wave, richiamando i già citati Devo, ma anche i figliocci (e coetanei) LCD Soundsystem (Pixelated Moon). In brani come Earthling, il sax di CansFins Foote e Brad Caulkins aggiunge una nota drammatica e convulsa da New York fine ’70, a metà fra Taxi Driver e No New York, corroborando la resa vocale finto accorata, à la Joey Ramone, di John Dwyer. Altrove, come in Drug City, si torna dalle parti di Steve Mackay in Fun House degli Stooges, con un boogie stile Down On The Street, incerottato da esplosioni free. Non mancano infine pezzi più proggy e complessi, un punk cosmico che distilla la spazialità di formazioni come i Gong, come in Also The Gorilla… o Blimp.
SORCS 80 si posiziona obliquamente in quella tradizione ironico-postmoderna ma accorata di un rock che confina con la demenzialità, il cui intento è il divertimento attraverso la decostruzione o l’esagerazione (che sia tramite la tecnica o l’anti-tecnica) di tratti discordanti o incongrui. Un’operazione ben avviata già dagli anni ’60, con l’invenzione di una tradizione di rock da ridicolizzare ed esacerbare, da artisti quali Frank Zappa (tecnica) o il già citato Don Van Vliet (anti-tecnica), parallela agli esiti letterari di scrittori postmoderni come Thomas Pynchon o John Barth.
Il fine ultimo è quella jouissance intesa come piacere orgasmico che deriva dall’affrontare un testo (o un disco) con gli strumenti del mestiere, con la consapevolezza postmoderna di tutti i rimandi, i giochi, le allusioni. Una funhouse intesa come luna park del riferimento incrociato, una stanza degli specchi deformanti in cui perdersi, con lo sguardo estremamente self-conscious e aperto all’assurdo, come quello di John Barth. Quanto questo atteggiamento confini col cinismo, a ormai 60 anni da certe acquisizioni teoriche, dipende dal background e soprattutto dalle aspettative di chi ascolta. Nessuna rivoluzione né accademismo meta-qualcosa, ma un giocoso pugno di canzoni perfettamente inserite in una tradizione iconoclasta e spiazzante.
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