Recensioni
Orchestre Tout Puissant Marcel Duchamp
We’re Ok, But We’re Lost Anyway
-
Stefano Pifferi
- 14 Dicembre 2021

Chi ha avuto modo modo di vederli live nelle loro non rare scorribande italiche – sempre sia lodata la benemerita Wakeupandream – sa già a cosa si troverà di fronte. A chi invece li affronterà per la prima volta con questo We’re Ok, But We’re Lost Anyway, beh, il consiglio è di recuperare i loro precedenti quattro album. Sì, perché l’orchestra più “surreale” d’Europa è qualcosa che viaggia a livelli alti su disco oltre che, come sarebbe auspicabile per tutti, in sede live.
Insomma, sono svizzeri, almeno come residenza generica in quel di Ginevra, ma in realtà l’orchestra è multietnica e multirazziale, varia e modulabile nei suoi interpreti, sempre ben oltre la decina e, come ci si può immaginare con premesse simili, ha come minimo poca dimestichezza con steccati e frontiere. Ergo, immaginate un caleidoscopio di ambito molto genericamente “afro” che prende e si capovolge su se stesso per tirare dentro momenti sensuali e intrippanti (l’opener Be Patient, che è più di un consiglio a proseguire, per scoprire piccoli tesori naïf come Blabber) e altri in cui si dà fuoco alle polveri e l’Arkestra del nume tutelare Sun Ra (ideale più che strettamente musicale) sembra rinascere e rifrangersi in una specie afro-punk-funk-beat; ma di quello vero e appassionato, urticante e suadente, figlio di quelle robe immense che ogni tanto escono fuori dai sottofondi più scalcinati dell’underground, siano esse quella cosa bellissima che risponde al nome di The Ex o i nostri Al Doum & The Faryds.
Eppure tutto è ricercato, cesellato, calibrato, attento a non perdere mai la barra, sempre pronto a strizzare l’occhio a chiunque si ponga di fronte alla musica con l’innocenza e lo stupore. La filastrocca punk in bassa battuta di Empty Skies ne è esempio, come la corale So Many Things (To Feel Guilty About) – una carezza melodica su una intensa tempesta sottotraccia di poliritmi e schegge impazzite di suoni in libera uscita – o la palindroma We Can Can We, uno stereolabiano misto art-lounge-rock. O ancora lo zenit dell’intero disco rappresentato da Beginning, ovvero come prendere il motorik krauto e trasformarlo in una sala giochi colorata, tutta frizzi e lazzi, scapocciamenti vari e irresistibile frenesia di quelle che si vorrebbe non finissero mai.
Insomma, senza stratificare ulteriori parole, questo è uno di quei dischi che, anche in un anno asfittico com’è questo 2021, fanno venire voglia di riporre ancora speranze nella musica. Fuori dai talent, lontano dai riflettori, in un pertugio a volte apparentemente difficile da raggiungere ma c’è, esiste e basta solo cercarla.
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