Recensioni
Orchestra Of Spheres
Brothers and Sisters of the Black Lagoon
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Gadis Argaw
- 15 Maggio 2016

Baba Rossa, EtonalE, Mos Iocos e Tooth fanno il loro ritorno sulla scena musicale a distanza di tre anni da Vibration Animal Sex Brain, stavolta più lucidi e positivi che mai. La formazione neozelandese nata nel 2009, infatti, ha optato per un deciso interesse verso la situazione politica e sociale che caratterizza l’attuale periodo storico, sfoggiando il suo smagliante sorriso a trentadue denti e buttandosi a capofitto in un’avventura cosmopolita senza alcuno scopo didascalico, ma con un preciso intento ludico.
Brothers and Sisters of The Black Lagoon, come spiegano gli stessi Orchestra of Spheres, è frutto di una serie di sessioni quasi d’improvvisazione tenutesi fra le quattro pareti del Pyramid Club senza aria condizionata, con il sudore che impregnava il locale e le idee che fluivano ora più facilmente, ora invece con qualche piccolo ostacolo sul percorso. Sperimentale, etnico, psichedelico, ricco di suoni peculiari (la parola chiave contenuta nell’incipit è “campane”: campanacci da bestiame, campanelli di Natale, bonang, campane religiose) e dal sapore primordiale: così suona l’endecalogo firmato dalla band, nel quale i brani più corposi sono intervallati da brevi intermezzi strumentali e i testi non giudicano ciò che accade intorno, nel mondo reale, lasciando libera interpretazione a chi ascolta.
Trapdoors, con il suo ritmo irregolare e le voci maschili e femminili che si intrecciano, suona come un’interpretazione freak degli We Have Band, Walking Through Walls imbraccia melodie più accurate e una sperimentazione sonora che in Anklung Song raggiunge l’apice sulla scia di una chitarra anni Settanta, mentre In The Face of Love mostra il carattere strambo (e a volte difficile da capire di primo acchito) degli Orchestra of Spheres, ricordando nei suoi coretti e nei sintetizzatori gli esperimenti degli americani Of Montreal. Con Cluster si passa a un’atmosfera meno danzereccia, in cui fa di nuovo capolino un’importante chitarra, in opposizione ai successivi tribalismi di Rocket #9.
Brothers and Sisters of The Black Lagoon sembra il rito catartico di uno sciamano uscito dai confini del tempo, attuale nella sua struttura e nonostante ciò ben immerso nel passato per i suoi continui rimandi. Non è un disco facile al primo impatto, ma sicuramente apprezzabile da chi è affascinato da musicisti che si spingono al di là dei canoni standard.
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