Recensioni

Il titolo, a qualcuno con i capelli brizzolati, ricorderà un ben noto disco firmato New Order. Movements, terzo album del trio britannico basato a Londra, ha radici diverse, ma ai suoni oscuri del decennio Ottanta si rifà in più di un’occasione, vedi i calchi Depeche Mode di Please e Look The Way We Are. Per i We Have Band l’asse è decisamente più sbilanciato verso il dancefloor, come si evince dalla Modulate messa in apertura, con il suo inizio in medias res e un’atmosfera che fa Cliff Martinez.
Dicevamo all’epoca del secondo disco del 2012, Ternion, che era facile indicarli come la next big thing targata UK, con il loro electro-pop innervato di Human League, di Talking Heads, di TV On The Radio, perfetto sia per le cuffie che per il club. Rispetto a due anni fa, la formula non è cambiata un granché: si va a cercare di ricoprire la nicchia ecologica che un LCD Soundsystem distratto ha smesso di presidiare, ma non si rinuncia alla matrice english, quella che aveva fatto alzare il sopracciglio per i Metronomy. Compito riuscito e portato a casa con una discreta classe.
Però questi We Have Band ti fanno arrabbiare, perché con la già citata Modulate, con gli incastri melodici in falsetto di Someone, con il tiro di Save Myself, fanno capire che potrebbero osare di più. Invece, paiono ancora una volta sospesi, come se il cuore andasse in una direzione ma fosse frenato dalla necessità di accontentare istanze più facili, immediate, tirate vie. Peccato.
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