Recensioni
Oratio e BREVEVITA LETTERS
Il fascino dell'età adulta
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Stefano Solventi
- 16 Luglio 2025

Il repertorio di Oratio, al secolo Andrea Corno, comprende due album – Ora Ti Ho del 2009, Discorrendo senza ratio del 2012 e Tropico del mare del 2022 – più un plotoncino tra singoli ed EP sparsi. A quest’ultima tipologia si aggiunge oggi questo Il fascino dell’età adulta, frutto della collaborazione con BREVEVITA LETTERS, per gli amici Natalino Capriotti, già giornalista (per il Mucchio tra gli altri) e all’esordio come scrittore nel 2023 con l’ottimo Vito Riga e altre persone.
A grandi linee i compiti sono stati così suddivisi: musiche di Corno, parole di Capriotti. Il risultato sono cinque canzoni che si muovono con acume, sensibilità, cinismo e quel po’ di sbruffoneria trasandata in una zona intermedia tra cantautorato folk e rock spiegazzato di aura alternativa, tanto da porsi in una ipotetica e per nulla improbabile via di mezzo tra Luca Barbarossa e Beck. Si senta a tal proposito Il Suv, col passo slacker tra chitarre inacidite e l’organo a puntellare, il testo che pennella quasi diaristicamente la quotidiana alienazione di un individuo/utente di Amazon, colto infine da un’improvvisa illuminazione rispetto al circo consumistico e alle sue ricadute (“La via del centro bloccata dal Suv/Che non riesce a fare inversione a u”).
Più aderenti a una grana che diremmo “tradizionale” sono l’iniziale Il lavoratore dello spettacolo, quasi un boogie dal piglio ruspante – immancabile l’armonica – però intriso di disincanto beffardo (nel mirino i millantatori con curvatura truffaldina che popolano l’ecosistema dello show business) e La ragazza, che in un impianto chamber-pop vagamente Belle And Sebastian via Niccolò Fabi allestisce un teatrino contro-romantico che scava nel cuore del disarmo contemporaneo (“Per quanto mi riguarda basta/E ci separerà il silenzio/Uno due anni di silenzio/E poi di nuovo il nulla/Ma cosa vuoi che sia/Nell’economia dell’universo”).
Se l’approccio della title track è più malinconico e atmosferico, pur non rinunciando alla zampata brusca (“E poi all’improvviso/Nel mondo la monnezza”), la conclusiva Ipercoop è un talking affidato a Capriotti che recita un brano estratto dal suddetto Vito Riga con trasporto laconico (“Il fatto è che le più grandi opere d’arte/Sono le persone”), più alla Brizzi che alla Emidio Clementi per intendersi, mentre un sottofondo da soundtrack assorta (piano, basso, synth, fruscii ventosi…) regola il polso e la densità dell’aria.
Un piccolo, notevole esempio di come sia ancora possibile fare cantautorato (in) italiano vivo e significativo senza ricorrere all’incantesimo formulaico dell’itpop e del post-itpop, rompendo cioè il guscio del verso sloganistico per tornare in zona narrazione, senza per questo rimetterci sul piano dell’efficacia, del colpire dove non credevi che facesse male. E in tutto ciò affidandosi a sonorità che non si preoccupano di sembrare scadute o derivative perché – suvvia – tutto lo è, quello che conta è come i suoni dettano il passo, spezzano il respiro e dilatano gli spazi, oscillando al bisogno tra irruenza e tenerezza, tra fervore e smarrimento.
Insomma, bene, bravi. Bis?
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