Recensioni

6.5

Le nostre parole non varranno il solito "non ci finiscono mai di stupire questi due autori eccezionali", perché (va detto subito) Non vado più al mare è un disco che non aggiunge nulla di nuovo alle carriere di (ora possiamo pure dirlo) questi due autori eccezionali. Non ci sembra una novità l'incredibile carisma espressivo di un Carnesi che ha conquistato la penisola con il cantautorato – velato indie rock – di Gli eroi non escono il sabato; non ci sembra neppure una novità l'intimissimo (quanto ironico) sound d'antan di Oratio, ennesimo esponente di una scena (quella cantautorale siciliana) che fra i vari Colapesce, Dimartino et similia, sta portando alla ribalta i fasti della Trinacria.

Non vado più al mare si configura come uno split, in cui, con l'aiuto delle note basse di Antonio Di Martino e della bella grafica di Mirella Nania, i due brani cantati da Oratio (al secolo Andrea Corno) suggellano all'inizio e alla fine i due interpretati da Carnesi. L'atmosfera rimane quella di un cantautorato allegro, spensierato (con alcune aperture a cui acceneremo), in cui di mare ce n'è pure fin troppo, ritmato sugli stilemi già collaudati nei dischi solisti: c'è Luca Carboni nei ritmi in levare e nelle armonie (come non notarlo nella title track?), c'è la maturazione di uno stile di scrittura più solido e robusto in Carnesi, seppure a volte sacrificato sull'altare della cantilena (Vampiri), c'è il ritrovato gusto per la ballad d'autore in Curo la forma ("Io curo la forma, io temo la forma ed è la cosa più stupida che mi poteva capitare").

Non rispondono all'appello (ma si erano fatte sentire nei due dischi solisti), le influenze della wave più internazionale per Carnesi (Smiths, Cure, ecc.) e la vena tagliente e d'assalto di Battisti o Bugo per Oratio. Tutt'al più spunta questa interessante deriva vagamente italo disco in Lungimirante (Righeira, perché no?), che è senza dubbio l'apertura più intrigante e originale dell'Ep. Rimane un senso d'incompletezza e mancato appagamento alla fine di un ascolto attento, ma il lavoro è senza dubbio degno di essere fruito con acuta leggerezza. La stessa con la quale, probabilmente, è stato concepito.

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