Recensioni

7.5

Un altro disco di grande elettronica senza aggettivi e senza tempo, per Queenspectra, sicuramente uno dei migliori del catalogo. Il materiale è lo stesso al centro delle ricerche degli ultimi dischi di UXO/HDADD, la rivisitazione delle potenzialità sperimentali e ipnotiche dei suoni di sintesi, ma qui la quadratura di quello che è un percorso fieramente e ottusamente solipsistico si fa ancora più vivida. Omega Path è un progetto che la label ci tiene a tenere anonimo, una specie di ghost producer di cui ci viene detto poco o niente. Oltre la copertina dai sapori Boards of Canada, troviamo dodici session improvvisate registrate a marzo, con un approccio da jazz elettronico: solo synth, elettronica analogica, zero laptop, zero edit, zero overdub, zero drums, con il mastermind Marco Acquaviva in console.

Sono dodici trip progressivi e cosmici, che giocano di rifrazioni di specchi, costruendo un percorso cinematico immersivo, di saliscendi e di dentro e fuori, di tensioni e rilasci, iterazioni e piccole esplosioni. C’è il sole, ora rifratto su mille specchietti danzanti (Amazon, Broken Flair, quest’ultima non priva di eco göttschingiane), ora saturato su lunghi pedali quasi noise (Solar Storm, Veda, Pink Sands), e ci sono abissi bui (Ancient Violence, Gator, la prima in particolare, di consistenza quasi shackletoniana), guidati da radar e densi grumi di frequenze basse. Nella classica Dynamo, le eco che si sentono affiorare sono addirittura dell’algido, minaccioso Bowie eniano della trilogia berlinese. Ci dobbiamo, opportunamente, ripetere: questa musica, se prodotta da qualche straniero hot e promossa a dovere, farebbe sfracelli.

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