Recensioni

Le tastiere e gli arrangiamenti di Hasan Alo, la presenza di Azad Salih al Saz, uno strumento a corde turco, e la conferma di Moussa Al Mardood nel ruolo di paroliere. La musica di Omar Souleyman, il prolifico personaggio siriano mattatore della world music, si arricchisce di elementi nel nuovo album Slhon, prosecuzione di un percorso avviato nel 2017 con To Syria, To Love con il quale il musicista si allontanava dalle collaborazioni con Monkeytown Records (Bahdeni Nami, 2015) e prima con Four Tet (Wenu, Wenu, 2013). Dischi in cui – come ben notava il nostro Gabriele Marino nelle due recensioni – l’impronta dei produttori europei macchiava di orientalismo la purezza del suono di Omar.
Il fulcro di Slohn (esce comunque sull’etichetta di Diplo) resta sempre l’incrocio tra techno, dabke e baladi – sfrenate danze tipiche dei matrimoni siriani in cui, secondo numerosi portali, Omar avrebbe registrato numerosi bootleg – ma, forse grazie agli arrangiamenti di Hasan Alo, il binomio appare più sincero e originario nonostante non si sentisse l’urgenza di un nuovo lavoro da parte del produttore. Resta un disco solare ed energico, ricco di frizzanti serpentine di synth arabeggianti, di speziati avvolgimenti di saz (la title track, Shi Tridin, Mawwal) e dell’evocativa voce di Omar che campeggia in ognuno dei sei brani.
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