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Come spiega la didascalia posta all’inizio della pellicola, Sirât in arabo significa strada, via o sentiero, una parola dotata di una forte connotazione religiosa nell’Islam e che fa riferimento al retto cammino (aṣ-Ṣirāṭ al-mustaqīm), il percorso spirituale verso Dio, e al ponte sottile sull’inferno che le anime attraverseranno nel Giorno del Giudizio per accedere al Paradiso. Una forte componente mistica, infatti, attraversa tutto il corso narrativo e visivo di questa quarta regia firmata da Óliver Laxe, vincitrice del Premio della giuria al Festival di Cannes 2025.

A metà strada tra road movie e film apocalittico, la pellicola segue Luis, che insieme al figlio Esteban attraversa il deserto del Sud del Marocco per ritrovare la figlia Mar, scomparsa dopo un rave party nel deserto. Giunti a uno di questi, i due non trovano tracce di lei, ma incontrano un gruppo di raver che, ascoltando voci su un’altra festa più a sud, riprendono la strada in un convoglio verso l’ignoto; Luis e Esteban si uniscono a loro.

Con un notevole debito nei confronti di un’opera seminale come Vite vendute e del suo validissimo remake americano, Il salario della paura, Laxe compie un notevole aggiornamento della forma, guardando molto a un cult contemporaneo come Mad Max: Fury Road, dove la strada da percorrere si fa metafora del viaggio mentale e spirituale dei protagonisti, reietti dimenticati dal mondo civilizzato, ma non per questo incapaci di ricreare quella stessa umanità che la geografia attorno a loro sembra così disperatamente intenzionata a spazzare via. Con il procedere dei giorni, Luis ed Esteban si avvicineranno sempre di più al gruppo di ravers, capiranno che nonostante tutto è possibile slegarsi da qualsiasi vincolo di sangue per ricreare una famiglia d’adozione che ci unisca e protegga, anche quando tutto sembra irrimediabilmente perduto.

Lo spettatore, cui sarà richiesto un coinvolgimento attivo e una disponibilità all’abbandono, data l’assenza di archi narrativi tradizionali, si ritroverà ad ammirare un film radicale, ipnotico e volutamente spiazzante, che conferma che quella di Laxe è una delle voci più singolari del cinema europeo contemporaneo. La ricerca di una figlia scomparsa diventa un pretesto narrativo per esplorare temi più ampi come la perdita, il lutto, la fine delle certezze occidentali e il bisogno umano di trascendenza. Il deserto marocchino non è mai solo uno sfondo, ma assurge al ruolo di vero personaggio: uno spazio assoluto, indifferente, che inghiotte i corpi e le convinzioni, amplificando il senso di smarrimento.

Come George Miller, Laxe organizza la sua visione intorno al ritmo martellante del sound design, che ingloba i corpi imperfetti dei suoi personaggi con fare ammaliante. Il suo è uno sguardo onesto, crudele come solo la natura può esserlo nella sua totale indifferenza e imparzialità, finanche commosso verso un’umanità che anche nel bel mezzo di una fine del mondo (solo suggerita) non vuole rinunciare alla speranza, ultima illusione e baluardo di un’esistenza altrimenti priva di qualsiasi significato. La terra potrà anche crollarci sotto i piedi, ma la volontà e la spiritualità di ogni individuo rivendicherà il suo posto perfino nelle macerie (fisiche o metafisiche).

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