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«Sarai in grado di renderlo epico?», è la domanda che Dementus, il villain di Furiosa: A Mad Max Saga interpretato da un fenomenale Chris Hemsworth, rivolge alla giovane protagonista di questo spin-off/prequel di Mad Max: Fury Road e, in fondo, è George Miller a parlare, sia al suo appassionato pubblico che a se stesso. Dopo l’adrenalinica corsa mozzafiato del film di nove anni fa, il regista ci riporta in mezzo alla Wasteland post-apocalittica per raccontare le gesta dell’Imperatrice Furiosa, quel personaggio splendidamente caratterizzato da Charlize Theron, che qui rivive grazie non solo ad Anya Taylor-Joy ma anche per via della promessa Alyla Browne.

Quinto film del franchise che ha caratterizzato la carriera di un regista tanto visionario quanto schizofrenico, Furiosa è l’ennesima rielaborazione dello stesso grande mito, in cui assistiamo ancora una volta a una lenta e inesorabile presa di coscienza, in cui il personaggio protagonista – dilaniato da un senso di colpa ancestrale – dovrà scegliere chi diventare e gestire quanto più possibile l’eredità della sua storia. Miller, studente di cinema strappato al mondo della medicina, è sempre stato uno che rischia: esordisce sul grande schermo con quello che è poco più di un film sperimentale, il primo leggendario Mad Max con Mel Gibson, per poi lavorare di world building per i due film successivi (si getterà poi nel film d’avventura per bambini con Babe e vincerà un Oscar per Happy Feet). Di ritorno alla sua creatura prediletta, stabilisce i parametri narrativi di quella che diventerà nientemeno che il mito delle Wasteland, al quale dedicherà tre script. Furiosa, Fury Road e The Wasteland, decidendo di girare per primo il capitolo centrale, la lunga e spericolata cavalcata verso la speranza, tramutata in consapevolezza.

Allo stesso modo degli eroi della tradizione orale, il Max di Miller è un personaggio non molto sfaccettato, costretto tuttavia a fare i conti con il proprio fallimento (da Fury Road sappiamo che sono molti i cari ad aver perso la vita a causa sua) in una terra dimenticata da Dio e da qualsivoglia speranza di salvezza. Nove anni dopo la traversata (andata e ritorno) sulla Fury Road, Miller torna indietro a quando una Furiosa ancora bambina viveva nella Terra delle molte madri in quella che è un’utopia femminista potentissima se messa accanto alla desolazione circostante. Si tratta di un Miller che non fa altro che ribadire con ancora più insistenza e mano ferma uno dei concetti alla base del capitolo precedente, in cui lo stesso Max non era che un comprimario della sua stessa saga (dopo i primi tre film con lui al centro di ogni azione), lavorando di fino e continuando quella costruzione narrativa prima solo brevemente accennata.

Furiosa
Furiosa, still dal trailer (2023)

Furiosa: A Mad Max Saga è la sintesi definitiva di un racconto epico in grado di rileggere i canoni del blockbuster e restituirli al proprio pubblico di riferimento in una forma più aggiornata, senza per questo ignorare tutto ciò che lo ha preceduto. Se, inizialmente l’assenza del protagonista poteva sembrare un handicap da arginare a tutti i costi, lo spettatore comincerà a dimenticarlo abbastanza in fretta, poiché Miller in fondo sta raccontato una storia profondamente familiare utilizzando personaggi che sono intercambiabili tra loro, proprio perché costituiscono le diverse sfaccettature di una stessa figura essenziale. La figura mitica e archetipica dell’eroe. Perfino l’infido villain di Hemsworth non è altri che la risultante delle scelte diametralmente opposte effettuate lungo il percorso: anche lui, infatti, ha perso tutto con “la fine del mondo”, scivolando nel grottesco e nella farsa più tragica (il personaggio va in giro con un orsacchiotto di cui è gelosissimo). Non c’è racconto senza conflitto, non c’è epica né mito senza ripetizione, e Max, Furiosa e Dementus sono tre facce di una stessa figura che si ripiega su se stessa, svelando le varie ombre dell’animo umano (o disumano).

Si potrebbe poi aggiungere tutta una serie di considerazioni su cui Miller pare insistere: sulla forma di un peccato originale da cui è difficile (ma non impossibile) affrancarsi, su elementi come integrità, forza e compassione che emergono con ancora più risonanza in un mondo alla deriva dove i sopravvissuti si auto-celebrano come dei in terra, su una divisione in capitoli per enfatizzare la portata epica di un racconto a tappe significativo (tanto per la protagonista che per il pubblico), sulla coreografia delle scene d’azione assolutamente sbalorditive (su tutte quella ambientata a Bullet Town), sul ritmo costante con cui viene gestita tutta la narrazione e il montaggio fino al depotenziato (e quindi potentissimo) climax conclusivo. Fatto sta che questa ennesima e brillante incursione nella saga post-apocalittica, seppur leggermente inferiore (per impatto non per fattura) a Fury Road, è l’ennesimo tentativo incompreso di un genio della macchina da presa che non riesce ad andare oltre la propria e fedelissima nicchia di appassionati (il grande pubblico sembra anestetizzato e inconsapevole di quanta bellezza filtri ogni tanto le rigide logiche del mercato hollywoodiano).

Furiosa è probabilmente il blockbuster più coraggioso di questo 2024 decisamente avaro di soddisfazioni in questo settore sempre più controllato da algoritmi e ricerche di mercato a campione (fatte da studios sempre più indebitati e costretti a giocare sul sicuro). Nessuno o pochissimi lo hanno visto (171 milioni di dollari di incasso globale su 168 milioni di budget), e ciò la dice lunga su una miriade di comportamenti, sia da parte del pubblico che da chi opera nel settore, come ad esempio la critica cinematografica (uscita galvanizzata dalla visione ma non più in grado – da diversi decenni ormai – di trascinare le folle in sala). L’unica consolazione è che Miller – che la saga continui oppure no – sia stato in grado di renderla epica.

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