Recensioni

Se per una band la terza prova in studio è, in genere, ancora più decisiva della seconda, gli Of Monsters And Men l’hanno ciccata alla grande, precludendosi forse definitivamente la possibilità che la loro parabola possa – prima o poi – regalarsi un sussulto, dopo che già dal precedente album Beneath The Skin aveva imboccato il versante discendente. Magari ne verranno altri, di dischi, ma ormai la formazione islandese sembra aver irrimediabilmente dissipato il fervore che fece di loro uno dei marchi cardine del folk revival di fine anni ’00/inizio’10, insieme a Mumford & Sons, Fleet Foxes, Decemberists, Lumineers e Fanfarlo.
Quattro anni tra un lavoro e l’altro non sono pochi per un gruppo relativamente agli inizi. Le giustificazioni – in genere – possono essere tante, non di rado imputabili a progetti paralleli o collaborazioni laterali inanellati nel frattempo da uno o più membri del gruppo, la qual cosa tuttavia non può valere per il caso in oggetto, dal momento che il collettivo di Reykjavík si è messo al lavoro su questo Fever Dream fin dalla prima metà del 2017 – maggio, per la precisione – allorquando annunciò in pompa magna a mezzo social «Album 3. Let’s do this!!!». E facciamolo, ‘sto terzo album. Peccato che il risultato non sia degno di cotanta spremitura di meningi, anzi l’impressione è che di cartucce da sparare, in casa Of Monsters And Men, ne siano rimaste pochine.
Nanna Bryndís Hilmarsdóttir – qui anche produttrice al fianco di Rich Costey (Vampire Weekend, Cvrches) – e Ragnar þórhallsson hanno messo da parte ogni anelito indie-rock (peraltro, nel loro caso, sempre declinato in chiave estremamente mainstream) per trasformarsi in un baraccone da stadio à la Coldplay, e votarsi così al peggior easy listening, un power pop spuntato e insulso che fa della mediocrità un punto programmatico. Ascolteremo gli estratti di questo disco per qualche settimana, forse anche per il resto dell’estate; ci mieteranno le balle sotto l’ombrellone sparati a tutto volume dagli altoparlanti, o saranno montati come sigla di qualche programma sportivo alla ripresa della stagione calcistica; ma poi ce li dimenticheremo, poichè nessuna – davvero: nessuna – di queste undici tracce ha lo spessore per restare scolpita come fu, ad esempio, per Little Talks, che nella sua apparente banalità aveva unghie e artigli con cui aggrapparsi alla memoria collettiva, restandoci ancora oggi.
Qui invece è la band che si aggrappa disperatamente agli ingredienti classici che ne hanno fatto la fortuna, quegli ingredienti che adesso suonano insipidi perché mescolati alla buona, senza mordente, senza il fuoco sacro dell’urgenza e dell’ispirazione. L’epicità, le atmosfere barocche, ancestrali, bucoliche, l’afflato fantasy/medievale, il mood da festa di borgo, diventano un lontano ricordo e si ripropongono come pallida parodia di se stessi. Si era capito già con il primo estratto, l’opening Alligator, aperto dalla solita batteria potente e incalzante e animato da un crescendo che ricalca lo schema offerto da Silhouettes, il brano che registrarono per la colonna sonora del secondo episodio della saga Hunger Games; ma lo sfoggio di muscoli, con annessi “eeh” d’incitamento che fanno sempre tanto Arcade Fire, oltre a essere ridondante, ha più che altro lo scopo di nascondere le pecche in fase di scrittura e avallare il clima di superficialità che regna in tutto il lavoro.
Nè le cose vanno meglio in altri passaggi, come ad esempio Ahai, stucchevole e pretenziosa ballata pop, o Ròròrò, i cui intro di piano e melodia sembrano quasi un plagio di The Hands That Built America degli U2, prima di esplodere in un ritornello a dir poco imbarazzante per pochezza compositiva. Appena meglio rispetto a tutto il resto, solo qualche episodico slancio quale – ad esempio – Vulture Vulture, il cui ritornello catchy se non altro porta a casa la sufficienza, e Wars, discreta composizione dai vaghi richiami neworderiani; così come dai toni parecchio 80s risulta essere Wild Roses; e c’è poi Waiting For The Snow, che si configura come un curioso esperimento dagli echi quasi ambient. Troppo poco, però. Doveva essere febbre, ma è solo un’influenzucola che si può sderenare anche senza la Tachipirina 1000 di calcuttiana memoria.
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