Recensioni

Due milioni e trecentomila copie vendute nel mondo, di cui quasi la metà negli USA (record di sempre per un disco islandese): questo è il bottino raccolto fino ad oggi da My Head Is an Animal, l’esordio lungo targato Of Monsters and Men. Le (fin troppo?) belle parole spese in sede di recensione non erano ancora state scalfite dall’esagerata esposizione mediatica – che ha portato chiunque all’esasperazione – dei mesi successivi e, per quanto il folk-pop spensierato iniziasse già a mietere vittime tra il pubblico più generalista, l’era della Folk Prostution non aveva ancora raggiunto il suo apice (The Lumineers e decine di progetti similari in scia). Di tutto il filone, la band guidata da Nanna Bryndís Hilmarsdóttir e da Ragnar þórhallsson non era solamente tra gli esponenti più dignitosi, ma anche tra quelli che flirtavano maggiormente con l’indie rock americano anni Zero altezza Arcade Fire e Decemberists.
Per una band caratterizzata da questo tipo di percorso iniziale, il secondo album Beneath The Skin è un passaggio tanto determinante quanto – storicamente e statisticamente – quasi certamente fallimentare. Gli islandesi, nonostante tutto, tentano la carta dell’evoluzione e, se vogliamo, della maturità, abbandonando quasi completamente la componente happy-folk a favore di un più generico pop-rock, come se la recente debacle dei Mumford & Sons non avesse fatto in tempo ad insegnare qualcosa. Non tutto il male viene per nuocere però, perché se è vero che questa volta gli Of Monsters and Men non possono vantare singoli killer (e il rischio one-hit-wonder è piuttosto concreto), è anche vero che si aprono spiragli di credibilità e concretezza non del tutto scontati. Beneath The Skin suona come un passaggio – voluto – dal giorno alla notte, sia a livello di sonorità, sia a livello di possibili riscontri commerciali, con tutti i pro e i contro del caso.
Nanna è sempre più la vera protagonista vocale del progetto, mentre a livello testuale il lavoro assume spesso tonalità personali, come nel caso di Organs, brano intimamente intenso in cui Bryndís Hilmarsdóttir si confida: “I take off my face, pull out my tongue, cough up my lungs, because they remind me of how it all went wrong. But I leave in my heart, because I don’t want to stay in the dark“. Solamente in Empire Ragnar prende il controllo della situazione modellando la voce su situazioni che ricordano alla lontana i Death Cab For Cutie meno elaborati, altrimenti la sua è una posizione da gregario d’appoggio, utile soprattutto a creare moti ondosi a due voci non più conditi con cori o con fastidiosi “Hey!”, semmai da sinuose alternanze che talvolta creano addirittura un retrogusto the xx (la strofa iniziale di Hunger, ad esempio).
Tre sono gli aspetti che limitano fortemente la riuscita complessiva di Beneath The Skin: il disco non offre troppe variazioni sul tema e finisce per risultare piuttosto piatto; il comparto strumentale, per quanto ben prodotto e funzionale alla causa, è perennemente in un ruolo di secondo piano e non regala mai un sussulto; nella seconda parte della tracklist la scrittura inizia a farsi meno elaborata e i brani meno incisivi. I Of The Storm, ad esempio, è telefonata e spenta, Black Water riporta a galla i difetti del primo disco (gli eccessivi uh-oh e il plasticoso drumming incalzante), mentre We Sink chiude il disco in modo pressoché anonimo. Giusto Thousand Eyes mostra elementi interessanti, tra tonalità scure ed un non-ritornello (“I lie awake and watch it all diffuse Like thousand eyes“) appicicoso ma sinistro.
Beneath The Skin è un disco godibile, complessivamente discreto, caratterizzato da alti e bassi e da un compromesso discografico di base che impedisce alla band di uscire da certi binari, anche qualitativi. Dando per scontato che gli Of Monsters and Men non scriveranno mai pagine importanti della storia della musica, finché sapranno comporre brani come questi non faranno male a nessuno.
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