Recensioni

6.5

Continua la saga Decemberists e il nuovo capitolo li porta dritti nelle braccia di una – udite, udite! – major, la Capitol.

Una grande conquista per il capitano Meloy, che non perde la sua vena letteraria, ma anzi la rimpolpa con un’antica fiaba giapponese, scoperta per caso in una libreria, da cui prendono vita le storie di The Crane Wife, sempre in bilico tra fervida fantasia (in questo caso di ispirazione nipponica, come nell’iniziale The Crane Wife 3 e nella conclusiva suite The Crane Wife 1 And 2) e rivisitazioni del reale (gli assassini urbani di Shankill Butchers, la morte e la violenza di The Island: Come And See, The Landlord’s Daughter, You’ll Not Feel The Drowning). Il verbo è sempre quello di certo indie pop lussureggiante e teatrale tanto caro a Mr. Meloy, come un Sufjan Stevens alla corte di Luigi XV. Questa volta, però, il piglio è più ruspante, aggressivo, se paragonato ai precedenti lavori (le elettriche quasi metal di When The War Came, i dodici minuti di opera prog The Island: Come And See… non proprio riuscita, il funk Settanta di The Perfect Crime #2), con una produzione – sempre curata dall’ineffabile mano di Chris Walla – più scabra rispetto a Picaresque e decisamente rock oriented. A trarne beneficio la leggiadra Yankee Bayonet (I Will Be Home Then) con Laura Veirs a dividersi il microfono, Summersong in puro stile dicembrino e Sons And Daughters, inno pop corposo e rotondo da far impallidire i Belle And Sebastian.

Tirino pure un sospiro di sollievo i fan del combo, dopo il mezzo passo falso dello scorso anno e con un importante cambio di etichetta sulle spalle, i Decemberists riprendono saldamente in mano la rotta e senza piegarsi ai venti di stagione.

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