Recensioni
Of Monsters and Men
All Is Love and Pain in the Mouse Parade
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Francesco De Salvin
- 24 Ottobre 2025

Sin dagli esordi, gli Of Monsters and Men non sono mai stati una band di grande ispirazione. Con il successo di Little Talks, avevano semplicemente intercettato un momento storico favorevole, quando il folk-pop da festival era la scorciatoia perfetta per travestire l’ovvietà in facili consensi. Sei anni dopo l’ultima prova, tornano con All Is Love & Pain in the Mouse Parade, e la sensazione è che nulla sia cambiato: la mediocrità resta il loro linguaggio naturale, solo declinato in toni più sommessi e patinati.
Il disco si presenta come un lavoro di “maturità”, ma dietro la patina si nasconde il solito vuoto di idee. Nanna Bryndís Hilmarsdóttir e Ragnar Þórhallsson hanno messo da parte ogni impulso indie-rock – già ai tempi piuttosto addomesticato – per abbracciare un pop da stadio che guarda ai Coldplay più fiacchi, affidandosi a un’estetica abusata e prevedibile. Il risultato è un power pop spuntato, un easy listening senza mordente, costruito con mestiere ma privo di reale urgenza espressiva.
L’intento di abbandonare i ritornelli folk da campeggio che li avevano resi riconoscibili è evidente, ma la transizione non porta da nessuna parte. Dove un tempo cercavano di emulare – senza mai raggiungerli in termini di personalità – i primi Arcade Fire o i Mumford & Sons più ambiziosi, ma anche The Lumineers e Decemberists – ora sembrano ridotti a un compromesso fiacco tra elettronica da arredamento e creatività da spot pubblicitario. Il suono è compatto, curato, ma vacuo; la produzione islandese, tutta toni smorzati e riverberi controllati, finisce per appiattire ogni differenza, trasformando l’album in un flusso uniforme che non lascia traccia.
L’apertura prova a suggerire un’atmosfera introspettiva, ma già dopo pochi minuti è chiaro che manca la spinta compositiva. Ordinary Creature tenta un cambio di passo, senza però trovare una direzione precisa. Mouse Parade – brano manifesto di questo nuovo corso – oscilla tra minimalismo e manierismo, con linee vocali spente e arrangiamenti che sembrano inseguire un’idea di eleganza ormai svuotata di senso. Solo Fruit Bat si distingue, otto minuti in cui la band recupera un po’ di ardore, mescolando un piano alla National e un crescendo orchestrale: un attimo di respiro in un disco che procede per inerzia.
Altrove, tutto suona prevedibile. Dream Team e Kamikaze sembrano appunti abbozzati, scheletri di canzoni prive di spina dorsale. Persino quando cercano di costruire un’atmosfera più intensa, gli Of Monsters and Men si fermano alla superficie, incapaci di imprimere personalità o rischio. È un album che aspira alla profondità ma si accontenta di una compostezza atavica, incapace di scegliere se restare dentro il pop da playlist o provare una reale evoluzione artistica.
In questo senso, All Is Love & Pain in the Mouse Parade non è solo un passo falso, ma la conferma di un campionario espressivo piuttosto limitato. Gli Of Monsters and Men continuano a muoversi nello stesso spazio rassicurante in cui erano rimasti intrappolati già dieci anni fa, quando sembravano la copia in scala ridotta di gruppi ben più vitali (pur se appartenenti allo stesso, scadentissimo “campionato”). Ora quella copia si è scolorita del tutto. Nessuna delle undici tracce ha il peso o il mordente pop di Little Talks, che almeno possedeva l’immediatezza ingenua di un tormentone.
All Is Love & Pain in the Mouse Parade rappresenta la fotografia di un gruppo che non ha mai davvero avuto qualcosa da dire e che oggi, semplicemente, non prova nemmeno più a fingere il contrario.
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