Recensioni

Il supergruppo formato da Colin Edwin (Porcupine Tree), LEF (Obake, Bersek!), Pat Mastelotto (Naked Truth) e Carmelo Pipitone (Marta sui tubi) torna a due anni di distanza dall’estroso e piacevole esordio Inflamed Rides con una nuova prova che prosegue in quella miscela senza soluzione di continuità di metal prog, free jazz, divagazioni art-rock e atmosfere heavy. Forti di un’elevata caratura tecnica, rei di qualche limite di organicità al debutto, i quattro, in questo nuovo episodio, hanno scelto di dare maggiore compattezza ai loro brani avvolgendoli con un macro-tema portante che ci accompagna attraverso abissi sconosciuti, oscuri e tenebrosi.
E sono proprio i repentini e improvvisi cambi di registro uno degli elementi più caratterizzanti di Soul Of An Octopus, che tra accelerazioni, maestose code elettroacustiche e brusche frenate riesce e tenersi perennemente sul filo dell’imprevedibilità (si prenda a esaustivo esempio il finale imperioso di Collapsing Hopes), muovendosi con maestria su complessi sfondi progressive dagli echi fantasy che richiamano i Dream Theater dell’ultimo The Astonishing. Ma nel bestiario degli O.R.k. c’è spazio anche per minimali schizzi di elettronica wave (Searching For The Code) o esercizi di spoken word (Heaven Proog House), con i Coil e i Nine Inch Nails a fare da numi tutelari e a tornare prepotentemente nei momenti più heavy e riusciti del disco (Dirty Rain).
Nonostante la scelta di legare le nove tracce a un concept, le assodate qualità dei musicisti e una compattezza sonora ineccepibile, Soul Of An Octopus ricade però talvolta in un eccesso di esercizio di stile, denotando una sovrabbondanza di soluzioni che sfocia spesso in momenti baroccheggianti e code sonore poco convincenti. La volontà di alzare ulteriormente l’asticella scheggia lievemente un lavoro che fa compiere alla formazione un piccolo un passo indietro.
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