Recensioni
Arctic Monkeys, Nine Inch Nails, Snow Patrol, Khalid, Friendly Fires
NOS Alive 2018
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Nino Ciglio
- 22 Luglio 2018

Dicevamo, in un precedente festival report, che, una volta tolta la separazione intrinseca e culturale fra i festival di matrice britannica (Glasto, Latitude, Bestival, Isle of Wight e quant’altro), quelli Europei hanno, negli anni, superato quest’ultimi in qualità e offerta. Ovvio, bisogna capire quali siano le necessità di un normale festival goer: se si cerca l’esperienza dei sensi totale, il riappacificarsi con la terra, il ritorno al minimo necessario, allora è meglio guardare ancora ad Albione (o quelli su questa linea, come lo Sziget, per esempio). Se invece si cerca una lista di artisti da sogno, in una location stellare in uno dei posti più hip del momento, allora il NOS Alive di Lisbona è certamente la scelta migliore. È vero, ci sono ancora ottime proposte nell’estate festivaliera europea: il Primavera Sound, nelle sue due versioni di Barcellona e Porto, va ancora per la maggiore e, probabilmente, ha un cartellone più diversificato (alcuni potrebbero leggere hipster), mentre nel Nord Europa festival come Flow (Finlandia) e Pukkelpop (Belgio) sono forse qualitativamente migliori ma non hanno la comodità del clima e dell’economia del Mediterraneo. Quest’anno, oltre al Sonar Festival (che comunque riceve quasi sempre un bacino d’utenza ristretto agli amanti delle declinazioni del genere elettronico), il nome da battere, per gli amanti di indie/grunge/alternative/rock era il Mad Cool Festival di Madrid, che però, stando a quanto riportano alcuni media, si è rivelato un fallimento a livello organizzativo. E allora la strada è spianata per l’incoronazione del NOS Alive, certamente uno dei festival più importanti d’Europa al momento.
Lisbona, Portogallo. Alcuni mesi fa, la rivista GQ ha definito il Portogallo come la nuova Islanda, nel senso che si tratta del posto hip del momento. E questo, ancora prima della rivelazione della line up 2018 del NOS Alive. Ebbene, Lisbona è davvero la destinazione da sogno per gli amanti delle esperienze genuine, del cibo meraviglioso e della storia del Paese. Come se non bastasse, il festival ha scelto intelligentemente una location abbastanza vicina al centro, ma al tempo stesso che potesse sfruttare tutte le bellezze paesaggistiche dell’oceano Atlantico. Il palco principale, infatti, si trova di fronte al mare, mentre l’intera location costeggia la miriade di barche armeggiate ai lati del porto. Inutile dire che il tramonto al NOS Stage è una magic hour, un’esperienza memorabile.
Sulla musica abbiamo detto abbastanza nel nostro recap preparatorio. Fa comunque bene ricordare che il NOS Alive è quel tipo di festival che in un solo giorno è capace di proporre artisti come Arctic Monkeys, Nine Inch Nails, Khalid, Sampha, Wolf Alice. L’edizione 2018, più che mai, ha visto una crescita esponenziale, in termini di offerta, da parte del festival: si è andati dai pochi ma ottimi del 2017 (rimandiamo al report di quell’edizione per chiarezza) ai tanti e ottimi di quest’anno. Certo, agli onnivori come noi questo può causare un certo di spaesamento, dovuto alle poche (ma possibili) sovrapposizioni, ma è bene sottolineare che la grandezza di un festival si misura anche in base alla diversificazione dell’offerta che può portare. Il NOS Alive 2018, in questo senso, è stato un evento molto più maturo rispetto all’edizione 2017: i nomi in cartellone sono un misto di festival bangerz (Pearl Jam su tutti) e picchi qualitativi (Eels, Future Islands, Friendly Fires, Yo La Tengo, Perfume Genius). Insomma, equilibrio e qualità sono i nuovi aggettivi che si aggiungono alla descrizione di un festival che già avevamo segnalato come uno dei migliori in circolazione.
Quinta-feira
La giornata inizia al MAAT, Museo di Architettura e Tecnologia di Lisbona, non per parlare di design, ma perché lì è il ritrovo pre-festival per gli affezionati. La vista è sul meraviglioso Ponte 25 de Abril, costruito dalla America Bridge Company (la stessa del ponte di San Francisco) per collegare le due sponde del fiume Tago. Con il pranzo rigorosamente a base di bachalau fritto e la solita bottiglia di vinho verde, e tanta bellezza estetica negli occhi, si è pronti ad accedere all’area del festival, il parco marittimo di Alges. Non sembra cambiato molto rispetto all’edizione 2017, se non per il fatto che l’accesso al festival sembra più agile e snello. Nessuna coda particolare, controlli rapidi ed efficaci e, per di più, un piccolo palco allestito fuori dall’area recintata per intrattenere chi arriva nell’attesa.
All’interno, la solita erba sintetica che un po’ fa strano, ma, tutto sommato la benediciamo, dato che il cemento armato, con questi 27 gradi sulla testa, sarebbe stato deleterio. Bryan Ferry, con il sole ancora alto, ha il compito di aprire le danze. E non ci poteva essere miglior apripista. Il suo set di 15 brani è consistito attorno a ben 12 dal repertorio dei Roxy Music, fra cui la danzereccia The Main Thing (con annesse danze con la bravissima sassofonista), la romantica Avalon e l’intensissima Ladytron. Il crooning del cantautore inglese sembra sopravvivere all’avanzare dell’età ed è ancora seducente, in grado di entrare perfettamente in sintonia tanto con il pubblico che con la line up di eccellenze rock che il festival offre quest’anno.
Il gioco di ping-pong fra NOS Stage e Sagres Stage (già, si è passati da Heineken a Sagres come sponsor di birra, e a noi piace leggerla come una vittoria) è una costante della tre giorni. Sebbene gli organizzatori abbiano fatto di tutto per alternare i “silenzi” di un palco con i “live” dell’altro, a volte è proprio impossibile evitare parziali o totali sovrapposizioni. Sarà così doloroso perdersi Khalid e buona parte del set di Sampha “a causa” degli Arctic Monkeys. Ciononostante, poco prima degli headliner i Wolf Alice hanno confermato che le loro cose più interessanti vengono fuori quando frenano gli impulsi post-punk (sebbene brani come Your Loves Whore, Yuk Foo e Giant Peach si adattino di più a un clima da festival) e si prendono della pause (Beautifully Unconventional, Moaning Lisa Smile e il brano-dedica alla città Lisbon). I ragazzi hanno energia da vendere e, sebbene non esattamente bilanciatissimi, sono veri e propri tormentoni festivalieri.
Mentre ancora abbiamo nelle orecchie e sulle gambe il dance/punk dei Friendly Fires, che hanno avuto tempo di far saltare tutti con le note della hit Skeleton Boy, ci avviciniamo al palco principale per i Nine Inch Nails. Trent Reznor e soci salgono che è ancora giorno, ma una nuvola di fumo artificiale li avvolge per l’intera durata del set. Sempre innovativi, sempre travolgenti, i NIN stavolta si inventano un cameraman privato che si comporta da vero e proprio membro aggiunto inquadrando espressioni, dettagli e gocce di sudore dei quattro, e proiettando tutto in presa diretta sui maxi-schermi. È solo l’ennesimo add-up di un set che sfiora la perfezione con March of The Pigs, Closer, Copy of A, Hurt sul finale e la cover di David Bowie I’m Afraid of Americans. Certamente uno dei live più interessanti del festival.
Preferiamo una bifana (panino con bistecca) al volo (lo stand migliore del festival, con prodotti tradizionali, vende anche panini al chourizo e pizza al taglio) invece di soccombere alle folle di teenager amanti degli Snow Patrol, che, a guardare bene, sono l’unico vero buco nero della line-up. Ci avviciniamo, tuttavia, in tempo per conquistare una posizione decente in vista del live degli Arctic Monkeys. Con un classico stile da esploratore Seventies, occhiali da sole gialli e mani in tasca, Alex Turner conquista il centro del palco con autorità e aria di superiorità. È l’ultima maschera del cantautore di Sheffield che, volenti o nolenti, dobbiamo accettare, se siamo interessati alle evoluzioni live di Tranquility Base Hotel + Casino. Sofisticati quanto si vuole (aprono con Four Out Of Five), ma appena il riff di Brianstorm risuona dall’impianto, nulla può contenere il pogo più violento: in particolare i numerosissimi turisti inglesi sembrano coinvolti maggiormente, causando un piccolo scontro di mentalità con i più rilassati astanti locali. Teddy Picker, Do Me A Favour, The View From The Afternoon, 505 e, naturalmente I Bet You Look Good On The Dancefloor sono estratti dai primi due album e soggetti all’adorazione della folla. Alex e soci, però, sembrano più interessati a uno show d’atmosfera e, a parte i magnifici esempi dall’ultimo album, le cose migliori si ascoltano quando Alex abbandona la chitarra e si focalizza sul crooning/storytelling di Cornerstone e Why’d You Only Call Me When You’re High?. Citazioni di rilievo includono, prima di I Bet You Look Good, un «quando abbiamo scritto questa canzone non significava niente per noi e oggi non significa ancora niente», e dopo la storia dell’amore adultero con la sorella della protagonista di Cornerstone, un «It’s really the worst form of betrayal to a sister». Le note antemiche di R U Mine? concludono la prima giornata di festival con stile, con i ragazzi diretti verso il campeggio o verso il treno gratuito all’uscita del festival. Never Stop Dreaming. Domani è un altro giorno.
Sexta-feira
Notavamo, nel report dell’anno scorso, come una delle peculiarità del festial siano gli orari. Ebbene, il fatto che nulla di rilevante succeda sui palchi del parco marittimo di Alges fino almeno alle 18.30, permette al turista che si nasconde dietro ogni festival goer di tirare fuori la reflex e godersi le meraviglie del tessuto urbano. Lisbona, in particolare, ne ha da vendere. Il giro d’obbligo nell’Alfama, quartiere storico, è un’esperienza unica: ci troviamo in una capitale europea ma si respira l’aria di un piccolo borgo del Sud Italia. Dopo una tappa commemorativa al Castello de Jorge e al Sé de Lisboa, è tempo di godere ancora una volta delle delizie gastronomiche del centro: è il turno di Pateo 13, famoso per allestire ingombranti e fumose grigliate di pesce nello stretto vicolo in cui è situato. Un pargo (orata) alla griglia, qualche sorso di Casal Garcia (in pratica il Tavernello del vinho verde) e le batterie sono cariche per scendere a Cais Do Sodré, da dove parte il treno diretto al punto più occidentale d’Europa, passando per il NOS Alive festival.
Venerdì è la giornata più rilassata. La quantità di artisti che meritano ascolti attenti è decisamente limitata, quindi ne approfittiamo per esplorare l’Avenida commerciale, che quest’anno ha aggiunto giganti come McDonalds. Non osiamo immaginare le file per accaparrarsi un double cheeseburger in piena fame chimica… Fortuna che c’è il solito baretto, all’interno del Festival che, fra un set del main stage e l’altro, propone artisti di Fado dal vivo; c’è la torre del Sagres che non solo ti fa accedere a una sezione privilegiata per guardare il main stage dall’alto, ma ti regala persino una birra al primo accesso. Non solo: ci sono tavoli di calcio balilla per sfogare le frustrazioni dei portoghesi usciti dal Mondiale di Russia troppo presto e piscine di palline colorate per imitare Sheldon Cooper e i suoi Bazinga.
Mentre apprendiamo la notizia che i Kooks non saranno presenti (sostituiti dai Blossoms), ci avviciniamo al Sagres Stage per goderci gli Eels. Mr. E e compagni sono proprio dei simpatici cazzoni e, un po’ a sorpresa, portano un set di vero e proprio rockabilly. Oltre a Out In The Streets degli Who e Rasperry Beret di Prince, gli highlight includono My Beloved Monster, Novocaine For The Soul e I Like Birds. Mr. E, cappello in testa e occhiali da sole rotondi, si comporta da frontman nevrotico, insegnando alla folla (non troppi, ahinoi) nuovi passi di danza. Poco dopo un’altra band dagli albori dell’indie proverà che molte evoluzioni stilistiche dell’alternative/indie rock sono passate tramite loro: Yo La Tengo.
Mentre la serata prosegue sul palco coperto Sagres, con Portugal. The Man (no, niente battute facili da parte della band alt-rock da Portland, Oregon) e Rag ‘n’ Bone Man, noi saliamo sulla terrazza Sagres per assistere dalla posizione privilegiata al live dei National. Se ci fosse un premio speciale per la performance più memorabile, certamente sarebbe consegnato alla band di Matt Berninger. 15 brani (di cui cinque dall’ultimo Sleep Well Beast) per un’ora e mezza di set, durante la quale il leader passa più tempo a cantare fra il pubblico che sul palco. Durante Mr. November si spinge fino all’estremità sinistra del palco dove è situato uno dei numerosi bar Sagres e si versa una birra. In testa, non in bocca. Mentre Berninger gira come una trottola in mezzo ai fan adoranti, il resto della band diligentemente tiene un assetto professionale e consegna un live difficile da cancellare dalla memoria. Nemmeno da quella di coloro i quali hanno guadagnato la prima fila solo per i Queens Of The Stone Age.
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La band di Josh Homme ha il difficile compito di salire sul palco dopo tutta l’energia e l’adrenalina scatenata dalla formazione precedente. Ma, l’esperienza e il rock and roll che scorrono vivi nelle vene dei cinque di Palm Desert rianimano dalla stanchezza fin dalle note introduttive della colonna sonora di Arancia Meccanica. Massicci, diretti, i QOTSA propongono una setlist di 17 brani, molti dei quali da Songs For The Deaf. L’assolo di batteria su No One Knows è certamente fra gli highlights del festival, mentre Josh che prende a pugni gli spuntoni fluorescenti del palco, simili a sacchi da boxe durante Little Sister e Go With The Flow, è il massimo dell’intrattenimento extra-musicale che regala il set. Ciononostante, la folla reagisce bene, in particolare sulle note di Make It With Chu, durante la quale si eleva un coro ammiccante nei confronti delle “ladies”, come incita dal palco lo stesso Josh Homme. Nonostante un sound non sempre ottimale (se ci fosse un premio per il peggior fonico, lo vincerebbe certamente quello dei QOTSA), la band californiana è stata perfetta come transito fra il primo e l’ultimo giorno, e anche come preparazione alla lunga notte che vedrà ancora almeno altri tre set.
Il primo di questi e quello dei Future Islands, che regalano il loro solito show di danze emotive condite dai synth tribali. Seasons, A Song For Our Grandfathers, A Dream Of You And Me sono alcuni dei brani su cui Samuel T. Harring dimostra le sue innegabili doti di frontman (e ballerino). Il main stage, nel frattempo, smaltisce la sbronza di rock and roll e si immerge nell’indie danzereccio dei Two Door Cinema Club, che vincono il premio live rivelazione del festival. Senza troppi discorsi sulla validità di certe band indie 2007/’08 era, il loro Tourist History è certamente uno degli album fondamentali di quel twee/synth/wave pop di quegli anni. Al NOS Alive ne eseguono 9 di brani da quel disco, con la sbornia a livelli altissimi già al quinto: What You Want. Giocosi, vivaci, in grado di tenere alto e danzereccio il morale di rock and rollers duri e puri che avrebbero volentieri abbandonato la serata dopo l’headliner.
Dall’altro lato, i CHVRCHES falliscono miseramente. È vero, sono le 2.45 AM, ma, come avevamo già notato in sede di recensione, la band scozzese ha lasciato andare quel potenziale che poteva essere intravisto ai tempi di The Bones Of What You Believe. Sound scomposto, con synth e bassi altissimi, e la voce di Mayberry praticamente non pervenuta. Un errore del fonico, diremmo, se non sapessimo che non è la prima volta che questo accade. Nemmeno i teenager, che certamente avevano più energie di noi, riescono a muoversi di fronte a tanta confusione sonora. Meglio squagliarsela, prima di rimanere bloccati nel traffico. Never Stop Dreaming. Domani è un altro giorno.
Sàbado
Sabato è già nostalgia. La giornata è di quelle nuvolose ma calde. Non minaccia pioggia, perché, come dicevamo nella news preparatoria, Lisbona è in quella posizione strategica grazie alla quale la brezza oceanica cancella ogni possiblità di annuvolamenti prolungati e, in più, fa mantenere le alte temperature vivibili. Ci si sveglia con la testa già al gran finale. È certamente la giornata più concentrata, fra reminiscenze grunge e vecchie conoscenze indie. Il festival, però, è solo la dimensione finale delle giornate di Lisbona. Durante il giorno si ha il tempo di passeggiare per il Barrio Alto, porgere gli omaggi al grande Pessoa e fermarsi a un miraduro (belvedere) per ammirrare le meraviglie del fiume Tago. La discesa verso la stazione, mentre si ammirano i tram percorrere elegantemente i vicoli stretti, prevede una tappa al mercato, con annessa sardina e boccalone di birra.
I primi a catapultarci nella nostalgia anni Novanta sono gli Alice In Chains, orfani da tempo di Layne Staley, rimpiazzato da William Du Vall. Inutile dire che l’impatto non è lo stesso di quello che sarebbe stato con la voce straziante di Staley, ma, per gli amanti del grunge (e, causa headliner, ce n’erano non pochi sabato pomeriggio), fa un certo effetto sentire anthem quali Nutshell, Rooster, Dam That River, Would?, Them Bones, No Excuses. La serata entra subito nel vivo, nemmeno il tempo di un Bola de Berlim (hot dog) o un pacchetto di lupini: i Franz Ferdinand, che negli anni hanno forse perso lo scettro di migliore indie-rock band in circolazione, ci fanno capire che non hanno nessuna intenzione di perderlo per il live. Un’ora esatta di set senza mai annoiarsi. La band di Glasgow parte con il classico Do You Want To (con tanto di inframezzo jam), passa per i più recenti Always Ascending e Love Illumination, e arriva, con This Fire a un finale pazzesco, fatto di energia pura. Una garanzia.
Notizie dagli altri campi: i Real Estate portano sempre i cappellini da baseball e sfoderano soft indie-rock e jangle pop con sapienza e originalità; Clap Your Hand Say Yeah/Alec Ounsworth sono sempre i low-fi/D-I-Y indie dei primordi; la colombiana Lao Ra (una delle pochissime, ahinoi, presenze femminili al festival) prova a dare un significato più accettabile alla latin music. Jack White, intorno alle 21:00, fa quello che Jack White sa fare meglio. Fa esplodere gli amplificatori a colpi di riff e assoli fiammeggianti dalle svariate chitarre. Il set, quasi interamente orientato sulla sua carriera da White Stripes, risente a volte di eccessiva autoreferenzialità, data l’inclusività con la quale l’artista di Detroit esegue i suoi esecizi sulla sei corde. Ciononostante, trattandosi di Jack White, il pubblico sembra disposto ad accettare un assolo ogni 14 secondi e, con l’aggiunta del visual tridimensionale e la gentile richiesta di non avere fotografi e fotografie (difficile, ma si apprezza il tentativo), i 17 brani, chiusi dal brano più amato da tutti gli ultrà del mondo, Seven Nation Army, scorrono via piacevolmente.
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Alle 23:00 tutto ciò che c’è intorno si ferma. Nessun set è previsto per quell’ora, nessun DJ, niente fado, nemmeno la radio accesa al banchetto dei waffle. I sudatissimi fan, che sfoderanno t-shirt anni Novanta con gli art-work più originali di album e singoli dei Pearl Jam, corrono a ordinare l’ultima cerveja o, più probabilmente, fermano l’uomo-birra che si trascina 50 litri sulle spalle per portare il divertimento fin sotto il palco per soli 3€. 50.000 persone, ovvero la capienza complessiva del festival, si raduna sotto il main stage per assistere allo spettacolo dei Pearl Jam. Che sono la band definitiva per un festival. Bottiglia di vino in mano, camicia a scacchi (cosa c’è di più grunge?) e capello bagnato all’indietro, Eddie Vedder ci ricorda di essere un frontman spaziale. La setlist include estratti da tutta la carriera, con particolare attenzione per Ten. Il risultato è uno spettacolo che va oltre la musica: Vedder, durante i vari cambi d’abito, parla di violenza sulle donne (prima del nuovo singolo Can’t Deny Me), esalta Barak Obama, critica Trump, esegue due cover dei Pink Floyd (Interstellar Overdrive e Comfortably Numb), cambia il testo di Daughter in portoghese, fa tirare su gli accendini del pubblico su Imagine di John Lennon, fa mettere il riff di Seven Nation Army in Porch e, alla fine, chiama Jack White sul palco per suonare la mielosissima (ma non per questo non godibile) Rockin’ In The Free World di Neil Young. Tutto questo senza citare il nudo e puro rock and roll di brani come Mind Your Manners, Given To Fly, Do The Evolution, Even Flow («Questo brano lo abbiamo suonato 22 anni fa, quando siamo venuti per la prima volta in Portogallo, a Cascais [a pochi km da Lisbona, ndSa]”) e, soprattutto l’adrenalinica Alive.
Difficile riprendersi da una lezione di headlining come quella. Gli altri palchi, a stento provano a mettere su qualcosa. Gli At The Drive-In cercano di tenere alta la carica proponendo un set quasi interamente orientato sul gran disco di rock muscolare/noise/scream che è Relationship Of Command. Gli MGMT perdono un’ora intera a causa di problemi tecnici sul palco lasciati in eredità dai Pearl Jam. Quando salgono sul NOS Stage, il pubblico è decimato ed esausto. Little Dark Age, sebbene interessantissimo, non è energico come Oracular Spectacular, dal quale, comunque pescano ben cinque brani, compreso Kids in cui, guarda caso, si rivede il riff di Seven Nation Army. Perfume Genius, infine, sale sul palco alle 3.15 am. Davvero troppo tardi per tutti.
Si torna a casa con le orecchie intontite. Quasi a ricordarci che sì, c’è varietà e c’è qualità, ma il NOS Alive è per di più un festival di chitarre e rock and roll. Le aggiunte di quest’anno demarcano la cura da parte dell’organizzazione e l’interesse nel voler continuare a crescere. Vero, si tratta di un festival interamente sponsorizzato e, per di più, focalizzato al profitto degli sponsors, ma se il risultato è portare insieme giovani locali, turisti da tutto il mondo e, soprattutto, band di livello in una location stellare, ben vengano gli sponsor e il profitto. Alla fine, quello che conta è… never stop dreaming.
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