Recensioni

Ci sono festival che sono esperienze di vita, di cultura, di formazione. Questi stessi festival hanno il potere di trasportarti in un mondo parallelo in cui le regole non esistono (o almeno non come le conoscevi prima) e i rapporti si fortificano: quelli tra te e la natura, quelli tra te e la cultura, te e la musica, te e la compagnia di amici con cui sei andato. Sono quei festival a cui andresti a prescindere dalla line-up, perché sai che, in fin dei conti, è l’ultima cosa che conta. Bene, il NOS Alive di Lisbona, a cui noi di SA accediamo per la prima volta, NON appartiene a questi tipi di festival.

Intendiamoci, il festival portoghese, che ha cambiato più volte nome (precedentemente noto come Optimus Alive) ha tutte le carte in regola per occupare il posto che occupa nel sistema planetario dei festival europei di rilevo. Ma assomiglia un po’ più a una kermesse che a un festival vero e proprio. In tre giorni, tutto quello che c’era da fare/vedere era una serie di band (da paura eh…) e una schiera infinita di sponsor che (con tutto il rispetto possibile) hanno reso possibile il maxi-evento. Ben vengano quindi, se poi il risultato è quello di portare al pubblico (le cui caratteristiche saranno spiegate più sotto) questo tipo di offerta. Se tra i nostri lettori c’è chi cerca il festival come rito di formazione morale e spirituale, meglio guardare altrove.

Fatta questa premessa, è doveroso dire che il NOS Alive, in questo momento, rappresenta il top dei festival che mirano a quella (non troppo sottile) intersezione che unisce il mainstream e l’indie. La line-up di quest’anno ne conferma la filosofia: non c’è grandissima ricerca del nome nuovo o di quello che in una cornice di festival renda al mille per cento (ci vengono in mente i !!! che non sfigurano mai in un cartellone da festival); al NOS Alive piace vincere facile. Ancora una volta sottolineiamo come non sia affatto un problema, se si è preparati. Il festival di Lisbona è in realtà godibilissimo e ne elenchiamo sotto i motivi.

1. La location: situato ad Algies (12 minuti di treno fuori Lisbona), il NOS Alive non solo si svolge in un’amabile insenatura di porto nella quale la foce del fiume Tejo si confonde con l’oceano Atlantico, ma, con un po’ di programmazione ha facile accesso alla capitale lusitana, della quale i festival goers possono goderne tutti i pregi. Lisbona, infatti, è una città da sempre affascinante, ma che da qualche anno, vive una vera e propria rinascita turistica e culturale. Dal castello di San Jorge (fondato nel II secolo a.C.) alla Sé de Lisboa, cattedrale che simboleggia la riconquista dei Cristiani sui Mori nella città, dalla vitalissima Praça do Comércio al brusio del Bairro Alto, ovunque si vada, la città respira della freschezza e della vividezza di chi sta alzando la testa. Il cibo, nonostante qualche sporadico approfittatore del turismo estivo, è un punto a favore: dal gambero al bacalhau, dal chourico alla bifana, solo e sempre accompagnati da un buon bicchiere di vinho verde.

2.  La line-up: discorso che si ricollega facilmente con ciò che abbiamo notato prima. La line-up, in festival come questi, dove gli avventori possono comprare day ticket e, dunque, si ha un ricambio giornaliero dell’audience, fa tutta la differenza. Le edizioni passate sono servite a far saltare agli occhi il potenziale: molte apparizioni di Arcade Fire, Radiohead, Alt-J, ma anche qualche one-off da fare invidia come Bob Dylan, Neil Young, The Stone Roses e The Cure. Insomma, materiale ce n’è sempre stato, ma quest’anno, per qualche strano allineamento di pianeti, quella che sembrava più un’accozzaglia di nomi in stile Heineken Jammin Festival (riposi in pace) che una line-up, ha preso le sembianze di qualcosa di concreto, con continuità e senso compiuto. Per dirla in parole povere: il giovedì era il giorno della teen-music (con l’unione del pubblico generalista – lì solo per l’headliner The Weeknd – e di quello alternativo), il venerdì era il giorno rock and roll e sabato quello un po’ più clubbing-oriented.

3. Gli orari: a noi non sembrerà strano più di tanto, ma vi assicuriamo che per il pubblico anglosassone / nord europeo, gli orari mediterranei sono un game changer. La musica live inizia alle 15:00, ma, verosimilmente, nulla degno di nota è sul palco prima delle 18:30. I benefici sono molteplici: più tempo per dormire la mattina e/o esplorare la città, più tempo per fermarsi in una trattoria e ricaricare le dosi giornaliere di baccalà o magari prepararsi con qualche birretta in uno degli innumerevoli miradouros (punti panoramici). La notte, con l’headliner finito prima delle 2am, i più temerari continueranno le danze presso il palco NOS Clubbing (che in realtà di clubbing vero e proprio aveva ben poco) gli altri potranno accomodarsi su un Taxi o su un treno gratuito (eccezionalmente notturno) verso il centro.

4. Le dimensioni: mettiamola così: anche se il cartellone indica sette palchi, tranne rarissime eccezioni (Jessy Lanza sul palco NOS Clubbing), il pubblico si divide fra il main stage, chiamato NOS Stage e l’altro palco, chiamato Heineken Stage. Distanza fra i due: 3 minuti e 50 secondi. Neanche il tempo di una canzone. È inutile sottolineare che goduria questa sia per gli indecisi cronici: con assoluta tranquillità si può ascoltare mezzo set di The Weeknd, realizzare che non è roba per te, andare da Bonobo sull’altro palco e, passando per una birra d’asporto, trovarsi comunque in una posizione decente. Con buona pace di Glastonbury e le bandiere davanti al palco.

5. Il clima: forse l’edizione 2017 è stata particolarmente fortunata, ma le condizioni climatiche del NOS Alive sono assolutamente ideali. Il giorno fa piuttosto caldo, ma la brezza dall’oceano aiuta a sopportare i raggi UV e contribuisce all’abbronzatura olivastra con la quale se ne esce a fine festival. La classica pioggerellina delle sere lisbonesi ha rinfrescato il giorno pià caldo (venerdì) che sembrava uno dei tanti progetti di marketing on site.

Quinta-Feira

Il giovedì parte molto lento. All’apertura dei cancelli, un pugno di sporadici fan si guadagna le transenne del main stage e non le lascia fino all’headliner. Dovranno aver inventato qualche modello di pannolino per adulti per permettergli di esplicare le funzioni primarie. La fauna urbana è forse l’aspetto più interessante del giorno. Mentre in altri festival si assiste molto a una commistione fra teens, over 20 e over 30 (?), il giovedì è difficile scovare un capello bianco tra la folla. D’altronde la scaletta parla chiaro: nessuno (tranne forse Ryan Adams ai tempi dei Whiskeytown) degli artisti in programma ha un album che sia uscito prima dell’anno 2000. Le cose si fanno interessanti molto presto (per gli orari portoghesi) con gli Alt-J sul NOS palco. Il trio inglese ha un live assolutamente rodato (la quantità di festival da loro frequentati quest’anno è sorprendente) con estratti dall’ultimo Relaxer, ma tanti episodi dagli album precedenti: fra quelli degni di nota, Matilda, con il ritornello melodiato come un canto di fado dal pubblico portoghese e Left Hand Free, punta di rock/blues posizionata verso la fine del set. Prima di chiudere con Breezeblocks, Gus Unger-Hamilton confessa al pubblico l’amore per il festival: è la loro quarta volta e lo farebbero di nuovo. Massicci, compatti, ordinati, il loro alt-rock arriva dritto al sodo, magari un po’ freddo, ma certamente funzionale.

Neanche il tempo di esplorare l’avenida commerciale (da VolksWagen a Randstad da Control a RedBull, da Fnac a Guess ce n’è per tutti gli sponsor che neanche Canale 5 in prima serata!) che è già tempo di Phoenix. La band francese ha una reputazione ingombrante per quanto riguarda i propri set da festival. Sono reputati come la classica band che su un palco di un festival rende dieci volte di più che su disco o in una data solitaria. In effetti, il loro slot sul NOS palco è energico, vitale, riempito da beat danzanti e camicie hawaiane. Nonostante un disco nuovo sul mercato (l’omaggio non scontato al bel paese di Ti Amo), la scaletta punta prepotentemente su Wolfgang Amadeus Phoenix (2009) con ben 8 estratti sui 16 totali. Indie pop fresco e spensierato, con spunti di raffinatezza (J Boy e Ti Amo suonano molto eleganti dal vivo), ma soprattutto momenti antemici come Lisztomania e 1901, durante la quale il cantante Thomas Mars ha surfato sulla folla danzante.

Mentre sull’Heineken Stage si susseguono l’indie-dream pop dei Blossoms e il folk-rock beffardo di Ryan Adams con le sue battute sugli Alt-J (‘We wrote this song for Alt-J. It’s like a mosquito bite, if you ignore it it’ll go away’), l’escalation indie (generazione 2008/09) raggiunge l’apice quando gli XX salgono sul palco NOS per quella che rimarrà una delle performance più affascinanti del festival. Alcuni si domandano ancora la ragione per cui un gruppo synth pop dai brani per lo più downtempo si sia trovato a fare da headliner nei festival più importanti del mondo: ebbene, la risposta è forse nel live stesso, così sorprendentemente energetico, così carico di bassi, coi volumi alti e i beat al posto giusto. I brani di I See You rasentano la perfezione nella loro versione live e il trittico Fiction/Shelter/Loud Places – tutti in versione remix firmato Jamie – fa ballare una folla adorante. La sequenza in setlist si innalza sul finale, con la successiva On Hold, prima di riportare i toni sui sentimenti di Angel e la dedica di Romy alla futura moglie Hannah Marshall. I tre londinesi hanno fatto tanta strada dagli esordi e ora suonano come dei professionisti, conservando un’attitudine sempre modesta. La paura dei grandi palchi, che accompagnava i tre timidoni studenti del college nelle prime occasioni, è superata. E l’abilità tecnica alle macchine di Jamie XX, reduce da In Colours, uno degli album elettronici top del 2015, fa ormai scuola.

Cambio palco. Il più lungo del festival, circa un’ora e dieci per montare uno schermo triangolare sullo sfondo e una serie di led che corrono su tutta la lunghezza del NOS palco. A 3 minuti e 50 secondi da lì, con la forza dell’ubiquità concessaci da Obi Wan Kenobi o Padre Pio, scorgiamo le orecchie dei più rockettari farsi violentare dalle chitarre e ritmiche ruggenti dei Royal Blood: molti hanno comprato il biglietto giornaliero solo per il duo di Brighton che li hanno ricambiati definendoli come ‘the best crowd in the whole world’.

I teens, intanto, sono trepidanti nei loro cappellini a visiera multicolor, felice concessione del main sponsor NOS. Quando Abel Tesfaye – in arte The Weeknd – mette piede sul palco, la reazione è degna di un’apparizione dei Backstreet Boys in una scuola media americana nel 1999. Ragazze in delirio che subito vengono notate dal ventisettenne di origine canadese che non tarda a tesserne le lodi. Con tre musicisti dietro di lui su pedane rialzate, il sound di The Weeknd è potente e, in particolare nella prima parte della scaletta, mette in risalto le sue doti da rapper. Il resto è una fedele riproduzione del manuale del live hip hop: hands in the sky, hands dropping, un centinaio di motherfuckers qua e là, fuochi e fumi. Ogni singolo verso – incluso il rap – è cantato da un audience in delirio per quello che ai loro occhi è il nuovo Michael Jackson (se solo sapessero chi fosse…). Giacchetto mimetico e voce in gran spolvero, The Weeknd è noto per la sua timidezza che, però, sembra ben superata a partire da Starboy – con la quale apre il concerto. Il meglio arriva alla fine con la sequenza Can’t Feel My FaceI Feel It ComingThe Hills, mentre, però, i nostri pensieri erano già rivolti al trovare una strategia per uscire dalla folla in tempo per A) fermarsi allo stand delle bifanas a 4€, B) passare per una birra e scambiare opinioni volanti nel press lounge e C) beccare il set di Bonobo sull’Heineken Stage. The Weeknd, intanto, conclude il suo set di 18 canzoni senza troppi clamori. I teens lo amano e lui ricambia con generosità, ma forse un po’ troppo fumo (letteralmente…) per calcare un palco su cui gli headliners, nei due giorni successivi, saranno Foo Fighters e Depeche Mode. Bonobo, dicevamo, quindi…

Occhi chiusi, teste ondeggianti. Il live di Bonobo, incentrato su Migration, è un autentico viaggio mentale tra sensazioni ed emozioni, slanci e allucinazioni. Un percorso che tocca terre diverse, che parla a popoli e culture in movimento. Sulla nave del producer inglese, che ospita una sala per il puro relax downtempo (Cirrus, Kiara), sale anche la voce della cantante Szjerdene, per fare rotta prima verso sponde soul/r’n’b (Break Apart) poi in direzione di danze house tribali (Bambro Koyo Ganda) e spirituali (Kerala). La presenza della batteria e di tre fiati arricchisce l’eleganza produttiva di Simon Green, maniera e raffinatezza che, però, scorrono senza scosse. Tutto è dosato alla massima precisione, senza divagazioni o distorsioni. Ma Simon riesce a mettere tutti d’accordo sia quando scuote le gambe con dosate cavalcate organiche sia quando culla il pubblico con dolci carezze a sei corde.

I superstiti delle 3am non sono moltissimi: è pur sempre la vigilia di un giorno lavorativo… Però i temerari si godono una muscolare performace dei Glass Animals. Psichedelia, trip hop e art pop si incontrano per un set popolato da brani di How To Be A Human Being, loro ultimo lavoro del 2016. Le gambe di molti non hanno retto l’intera cavalcata e, facendoci strada fra il cimitero di bicchieri di plastica (ne raccogli 30 e hai una maglia del festival in omaggio!), ci dirigiamo verso la gigantesca scritta “It Was All A Dream” che segnala l’uscita. In fondo è solo giovedì…

Sexta-Feira

Il secondo giorno ci svegliamo ancora frastornati dalle urla dei ragazzini e, prima ancora di fare in tempo a riprenderci, la luce bianca di Lisbona, che si genera dal riflesso del sole sull’acqua e sulla pietra bianca della città, ci invita nel suo groviglio accogliente di vicoli, dall’Alfama (o di quello che ne è sopravvissuto del quartiere arabo dopo il terremoto del 1775) alla zona nuova di Saldanha. Ci fermiamo alla bellissima pasticceria/trattoria Versailles dove i lisbonesi preferiscono pranzare in piedi per risparmiare qualche euro e perché è tradizione in pausa pranzo. Prendiamo un pastel de nata (un dolcino che avremo modo di riassaggiare più di una volta a Belem nel posto che lo ha generato) che parla con gli angeli. Passiamo per Baixa-Chiado facendo slalom fra i venditori di tutte le droghe del mondo (e portando i nostri omaggi al mai dimenticato Fernando Pessoa) e ci dirigiamo verso Cais Do Sodré, dove l’ormai mitica Linha de Cascais (quella che arriva più o meno al punto più ad Ovest d’Europa) ci lascia ad Alges. 

Superata la security degna di questo tizio qua (ma d’altronde si respira forte un’aria di felicità diffusa che è difficile pensare al peggio e, in più, Lisbona è il posto dove i terroristi si vengono a nascondere – vedi Lisbona Ultima Frontiera di Volodine – non necessariamente ad attaccare), siamo pronti ad affrontare quella che forse è la giornata più interessante del festival. In particolare siamo sollevati dall’idea di poter spendere qualche ora all’ombra del Palco Heineken (coperto) che, giovedì, avevamo appena sfiorato. Un trittico da fare invidia a molti festival, infatti, si sussegue sull’erba sintetica (Heniken, fino a quando dovremo sopportare cotanta inutilità?) della zona nord del festival: Savages, Warpaint e Wild Beasts, seguiti anche dai mai troppo noiosi Local Natives. Ma andiamo con ordine. 

Le Savages hanno consegnato forse l’esibizione più memorabile del festival, dimostrando di aver masticato chilometri da quando non si facevano neppure fotografare. Il pubblico portoghese è trattato da una Jehnny Beth in stato di grazia, reggiseno see through e tacchi rossi fiammanti, che subito mette le cose in chiaro sul live: «Here’s how it works here. If you want us to be loud you have to be loud». E la risposta, sia dal palco che dalla platea, non si fa attendere. Tra batteria incalzante e dritta come un treno in corsa, suonata con grinta e impeccabile precisione, chitarre aperte e in delay e la voce schietta della Beth, la formula che ibrida post-punk, new-wave mancuniano (Shut Up seconda scelta della scaletta) e garage rock’n’roll (I Am Here) non tradisce le attese scatenando la nostra parte ribelle e i muscoli di chi poga senza sosta. Non si avverte nessun calo di attenzione, nessuna voglia di uscire dal tunnel oscuro e flemmatico in cui le quattro ci immergono dall’inizio sino a Adore Life, title-track dell’ultimo album, manifesto di disperazione e speranza che ci lascia a bocca chiusa. Con il cuore a tremila.

Dopo un’overdose di rock and roll, ci sembra giusto riposizionare l’asticella verso un genere più raffinato e sognante. La Warpaint di Los Angeles sono ormai realtà stabilizzata dei maggiori festival europei, ma fa sempre piacere ascoltare le loro uscite dal vivo. In particolare, dopo esserci incuriositi per il loro Heads Up (contenente alcune delle cose più pop la band art avesse mai sfornato), volevamo cercare conferma nel live. Così, trovando una sistemazione meno a ridosso delle transenne (dove ci aveva catapultato il pogo delle Savages), ci facciamo trasportare dal trip immenso e dal sound dreamy delle quattro californiane. L’impatto, rispetto alla band che le ha precedute, è duro da mandare giù. Nel giro di 50 minuti si è andati dal noise rock più sporco ai viaggi interiori un po’ arty delle Warpaint. Non solo: si è andati da un eccesso comunicativo e tattile (in senso letterale) a un’introspezione un po’ timida e shoegazer. Nonostante ciò il set regge alla grande l’intento psichedelico che le quattro si pongono: brani da Heads Up (So Good, The Stalls) incontrano quelli dall’omonimo disco (Intro, Keep It Healthy) e sfociano in una buona commistione fra pop (Love Is To Die, Disco//Very, New Song) e degenerazioni dreamy (Beetles, Krimson). Il tutto coronato dall’apparizione speciale di Jono dei Jagwar Ma che, in precedenza, aveva remixato New Song. Notiamo con dispiacere l’esclusione dalla scaletta di Elephant, vero e proprio manifesto delle capacità creative delle Warpaint, ma, nonostante i detrattori siano convinti che le quattro si siano vendute interamente alle sirene radiofoniche, il live conferma che in loro vive ancora un’anima sperimentale.

Con il solito occhio obliquo, passando con lo sguardo attraverso il gruppo di inglesissimi festival goers vestiti pensando di trovarsi in qualche edizione assolata di Glastonbury (uomo-banana, dov’è Waldo?, uomo-granchio, donna poliziotta, glitter ed ettolitri di birra…), scorgiamo sul NOS Stage sprazzi del set dei Courteeners, che, a dire il vero, emozionano poco, reduci dal recente concerto casalingo all’Old Trafford di Manchester. Trovano persino il tempo di dedicare un brano (Not Nineteen Forever) all’idolo di casa Cristiano Ronaldo e uno (What Took You So Long) alla Brexit. Freddini.

Mentre i motori si scaldano sul main stage che prevede una sequenza mozzafiato per i puristi del rock and roll (The Cult, The Kills e Foo Fighters), noi preferiamo farci un ultimo tuffo nell’art-rock session del palco Heineken che si svuota lentamente lasciando solo gli interessati sotto il telone e la, inevitabile, nuvolona di fumo. I Wild Beasts eseguono un set pregno di energia sensuale, in cui riescono anche a scherzare col pubblico. Loro vengono dal profondo e oscuro nord dell’Inghilterra e le loro canzoni saranno troppo depresse per il pubblico di Lisbona. Non è così: la folla si scalda subito su A Simple Beautiful Thing per poi raggiungere il climax nel sexy art-pop di Alpha Female e All The King’s Men. Calici in alto e tanto di cappello.       

Indigestione di art/alt-pop a parte, voci narrano di un’onorevole performance dei Local Natives, che, però, hanno l’ultimo disco attivo datato 2016 e sono stati avvistati live numerose volte negli ultimi anni. Preferiamo beccare l’ultima parte dei dinosauri The Cult che, se non per dare continuità alla giornata rock, non si capisce veramente la ragione per cui fossero lì. Tamarrissimi, sudatissimi, polsini e catene, la band di Ian Astbury ha una collezione non sottovalutabile di brani rimossi dall’immaginario collettivo del rock and roll anni Ottanta: Rain ne rimane l’unico inno. Nonostante ciò, ha fatto piacere captare qualche pezzo dell’album Electric del 1987 (Lil’ Devil, Peace Dog, Wild Flower) che, a tutt’oggi, rimane quello più riuscito.

L’ultima pausa prima di immergerci nei big headliner ci vede dare uno sguardo alla popolazione del venerdì: sembra esserci molta più gente rispetto a ieri, sembrano esserci molte più t-shirt con vari ed eventuali loghi dei Foo Fighters, qualche capello bianco in più, il gruppo di ragazze inglesi strafatte in cerca della bustina di droga scivolata dalla tasca durante il set precedente, il tizio con l’epico zainetto/barile heineken che ricarica bicchieri a 2.50€ e la, conseguente e inevitabile, necessità di far visita a una toilette. Ma ora è tempo per i Kills.

Ci aspettiamo di caricarci in vista dei Foo Fighters e, invece, ci troviamo ad ascoltare un set interessante sì ma alla lunga monotono. Alison Mosshart (voce) e Jamie Hotel Hince (chitarra elettrica) sviscerano una proposta incentrata sull’ultimo album, Ash & Ice ovvero quello della svolta pop-wave-soul uscito 2016, sul precedente Midnight Boom e sul deludente esordio Keep On Your Mean Side. Dal primo lavoro, il più recente, arrivano gli episodi migliori: fraseggi di corde secchi ed  essenziali per il rapimento del pubblico spezzano beat elettronici tendenti all’hip-hop con la voce della Alison che si veste talvolta di black (Heart Of A Dog, Echo Home) pur mantenendo la vena rocker (Hard Habit To Break). Ma nel susseguirsi della scaletta, quando si toccano gli altri episodi, tra spunti post-punk, coretti ammiccanti e ambizioni glam, a mancare è l’incisività, la capacità di tenere il pubblico attento e coinvoilto. Le facce degli spettatori sono eloquenti, i timidi applausi confermano quanto The Kills abbiano buone intenzioni ma non riescano completamente a centrare quel quid che possa far balzare dalla sedia o evitare di guardare l’orologio in attesa del gruppo headliner. Che sono i Foo Fighters e un po’ di ansia d’ascolto non manca.

È molto difficile condensare sensazioni, opinioni e riflessioni sui set festivalieri dei Foo Fighters. Proviamo così: quest’anno i sei di Seattle sono stati la migliore band di rock da andare a vedere dal vivo. Anzi: quest’anno i Foo Fighters ci hanno ricordato perché amiamo il rock and roll, di che pasta è fatto il rock and roll, che il rock and roll si può ancora suonare senza essere dei dinosauri. A parte l’epicità del set di Lisbona (2 ore e mezza per 22 brani, tutto finito alle 2.30 del mattino), i Foos hanno una capacità sorprendente di rendere unico ogni live. Perché? Perché i brani vengono trasformati, allungati, jammati (avete presente il medley rock and roll su The Pretender?), perché la scaletta cambia nelle sue componenti ad ogni data e perché l’enorme personalità da showman di Dave Grohl (ma da dove diavolo l’ha tirata fuori?) rende il concerto familiare, come se la band e il pubblico fossero vecchi amici che non si vedessero da tempo.

Sei anni, in particolare, sono passati dall’ultima volta dei Foos a Lisbona e, come da copione, Dave non tarda a scusarsi. L’inizio è affidato alla triade All My Life/Times Like These/Learn To Fly che già sola varrebbe il prezzo del biglietto. Un ponte verso quel revival di dischi 90s arriva già con una versione super arrabbiata di The Pretender, prima di tirare il freno e prendere un po’ di fiato. È proprio nelle pause che inizia il vero divertimento, con il momento meet-the-band in cui partono cover un po’ a raffica (Another One Bites The DustBlitzkrieg Bop) e, soprattutto, si corona la storia d’amore più idiota della storia del rock fra Dave e il batterista Taylor Hawkins che non solo ha il faccione del suo leader sulla gran cassa della batteria, ma lo ricopre di estemporanei I Love You prima di attaccare Cold Day In The Sun, cantata da lui stesso.

La setlist si dirama come un vero e proprio Best Of con Walk, These Days e My Hero a precedere La Dee Da, brano estratto dal disco in uscita Concrete And Gold, che ha visto la partecipazione (un po’ farlocca, visto che ha fatto solo dei coretti) di Alison Mosshart dei Kills. Anche Run, primo singolo del prossimo album, sembra lanciare segnali positivi sul nuovo lavoro che, se captiamo bene, dovrebbe riuscire a trascinarli lontani dagli stereotipi di Sonic Highways e farli ritornare a suoni più duri, urla laceranti e ritmiche neo-grunge sulla falsa riga di Monkey Wrench, non a caso suonata fra i due brani nuovi. C’è ancora tempo per Best Of You e un simpatico siparietto fra Dave e il pubblico in cui quest’ultimo intona dei cori da stadio rivolti alla band (Salta Dave, Salta!) che, in assoluto surrealismo, cerca di metterli in musica: “Abbiamo fatto un disco qui!“. Il tutto si chiude, come prevedibile, su una Everlong melodiata dal pubblico, ormai in estasi sognante. ‘If anything could ever be this good again‘ dice la canzone… e siamo sicuri lo sarà, mentre la serata, alle 2:30am, è solo all’inizio.

Stremati fisicamente ma con le emozioni (e qualche birretta) in circolo, riusciamo a cogliere l’ultima parte del set di Parov Stelar. Il dj austriaco Marcus Füreder ha trovato nel 2012, con la seconda parte dell’album The Princess, la chiave per posizionarsi nei festival dedicati alla dance più commerciale ma farsi apprezzare anche dagli hipster. La ricetta pone cassa dritta, groove house, drop EDM insieme ai saltelli frenetici e all’euforia dello swing (fiati, basso, batteria). Ne esce un live solare, energico, coccolato da una bella voce soul, certo piacione, anche kitsch a tratti ma dalla capacità di far ballare all’unisono il pubblico dell’Heineken Stage. E un po’ di sano dancefloor, in una serata estiva nella città dei colori e dei ritmi globali, non poteva far male. Alle 3:00 va in scena il live, senza ensemble però, di Floating Points ma le nostre gambe ormai non reggono più e ci costringono a rincasare sazi di tutto quel rock and roll.

Sàbado

Una cosa che manca al NOS Alive di Lisbona è quella capacità di espandersi nel tessuto urbano di una città che, come accennato sopra, l’accoglierebbe a braccia aperte. Il festival esiste nel limitato spazio pubblicitario del parco di Alges e, una volta lasciata la scritta saìda (uscita) alle spalle, un po’ ti dimentichi di essere in città per l’evento. Per fortuna Lisbona è un pullulare di artisti di strada, alcuni dei quali, forse, fanno tesoro del festival per intrattenere gli avventori nelle zone nevralgiche, tipo l’aria della stazione Cais Do Sodré dove, tra le altre cose, si può assaggiare del pesce freschissimo nei pressi del Time Out Market. Così, all’ombra dei giardinetti adiacenti, un simpatico trio chitarra-basso-batteria si prodiga in lunghe jam session e accendono l’interesse degli avventori. Tra questi, anche alcuni componenti dei portoghesi Plastic People (in cartellone per la stessa sera sull’Heineken Stage) che si uniscono alla performance regalando un mini set tutto fuoco e molto interessante. Prendere spunto per le prossime edizioni del festival, please.

Con il sistema dei day tickets, il ricambio giornaliero è nuovamente assicurato dalle parti del parco di Alges. Il sabato è, almeno così ci sembrava, tutto per un solo nome, che, di questi tempi, riempie stadi e palazzetti con il suo Global Spirit Tour: Depeche Mode. A dire il vero, a guardare lo stesso programma, tutto sembra essere particolarmente sotto tono fino alle 22.15 (due o tre ore prima rispetto ai colleghi headliner… sarà l’età?), quando la band di Basildon è programmata per salire sul palco.

Forse per questo, sabato è un po’ un motore a diesel… la folla stenta ad arrivare dalle parti del NOS Stage fino a sera e, i pochi presenti, sembrano ancora frastornati dalle cavalcate rock della sera prima. Ma, l’abbiamo detto, il sabato è più clubbing-oriented e le perle sono riservate per la notte… Diamo uno sguardo ai Black Mamba, formazione garage rock portoghese che ci sembra la cosa più interessante delle offerte casalinghe intraviste. Sulla stessa linea, ma sull’altro palco Benjamin Booker snocciola il suo garage blues e i brani estratti dal nuovissimo album Witness. Purezza soul, voce da paura, è sicuramente fra i ones to watch.

Intanto, sul main stage i Kodaline fanno palpitare i cuori dei teens (che si guadagnano i posti migliori per i successivi Imagine Dragons) con brani dal forte impatto romantico (su tutti Brand New Day e All I Want) e uno stile che mette insieme ciò che di peggio non si può immaginare: Ronan Keating e i Coldplay. Li digeriamo perché, infondo, a un festival siamo tutti più buoni. Dagli altri campi, nel frattempo, giunge voce che gli Spoon sono in forma smagliante dopo la reunion e i piccoli ammicchi funk di Hot Thoughts (uscito lo scorso marzo). Forma e sostanza in grande spolvero.

Chi invece ha bisogno di una gigantesca suppostona di sostanza sono gli Imagine Dragons, da Las Vegas, che, senza che noi neanche ce ne accorgessimo, sono diventati la band più seguita in circolazione. Come diceva Riccardo Zagaglia nelle sue recensioni ai dischi, “numeri, cifre e record […] che però nascondono una sostanziale mancanza di spessore artistico e una ricerca musicale che ogni volta sembra fermarsi nel preciso momento in cui sta per sforare anche solo di un millimetro dai freddi – ma rassicuranti – binari della hit radiofonica”. Il live conferma questa impressione risultando un party d’animazione per l’universo dei teen che sottopalco si confonde con i fan veterani dei Depeche. Chiunque di noi ha ascoltato almeno una volta in radio, in tv, al centro commerciale i brani degli Imagine come Demons, On Top On The World, il recente Believer o Radioactive pertanto ci risulta facile canticchiarli anche solo per non avvertire il forte senso di disagio. Ma, superate le hit che volenti o nolenti abbiamo in testa da un paio di anni, il nostro livello di attenzione sprofonda negli abissi, lo sguardo è rivolto ai numerosi stand più che al palco. Perchè il frontman Dan Reynolds e soci esagerano con il concentrato di chitarrine indie-pop-rock facilone, parentesi rockettare ai limiti del trash, vocals che guardano apertamente ai Coldplay meno impegnativi. E tutto ciò piace, vince, cattura chi dalla musica cerca un intrattenimento leggerissimo.

Breve flash dagli altri campi. La fila allo stand delle bifanas si fa importante, il localino che ospita mini set di Fado sull’Avenida Commerciale si svuota lentamente, il telone del Cabaret (ebbene, ce n’è uno anche qui!) fa intuire le ultime risate e l’Heineken Stage ospita l’unica vera sovrapposizione importante del festival: i Fleet Foxes poco prima dei Depeche Mode. Non siamo sicuri sulle cifre della partecipazione, vista la competizione sull’altro palco, ma, con così tanto spazio, potevano provare a distanziare le due band. Ad ogni modo, l’indie-folk della band di Seattle, che è fresca della release di Crack Up, a quanto dicono i nostri informatori, condisce un set pregno di brani dall’omonimo album d’esordio (Blue Ridge MountainsWhite Winter Hymnal, Your Protector) e da Helplessness Blues (Grown Ocean, The Cascades). Il cantate Robin Pecknold sembra divertito e confessa: “You guys are amazing, best crowd of the tour by far”.

A differenza del venerdì, fra gli ultimi due acts del NOS palco succede qualcosa di spettacolare (o forse siamo ingenui noi a non averlo previsto): una folla oceanica di ragazzi e teenagers, quando gli Imagine Dragons suonano l’ultima nota del set, lasciano il parterre (e, di conseguenza la loro posizione agiata), non curandosi del fatto che subito dopo saliranno vere leggende della musica. I giovani del NOS Alive, a quanto pare, non sono lì per i Depeche Mode e bisogna aspettare qualche minuto prima di poter assistere a un ricambio di pubblico sull’erba sintetica del main stage. Strano, ma forse non troppo. Dopo un traccione techno estasiante, alle 22:15 la band dell’Essex fa partire Revolution 1 dei Beatles e l’aria comincia a farsi frizzante. Il tema di tutto il set sarà la ribellione, con Dave Gahan e Martin Gore a spronare gli astanti verso un risveglio delle coscienze. È questo, infondo, il succo del nuovo disco Spirit. Fin dall’opening Going Backwards ci rendiamo conto che questa nuova veste è diversa da quella vista nei tour precedenti: Martin e Dave sembrano più seri(osi), Dave (nonostante i soliti movimenti sexy) tende a spogliarsi e ammicare di meno, il visual (come al solito curato da Anton Corbijn) dovrebbe comandare le danze. Diciamo dovrebbe perché quello che i Depeche offrono al pubblico di Lisbona è, per qualche oscura ragione, una versione bignami dei concerti che stanno presentando negli stadi.

Forse straniati un po’ dalla dimensione festival,  i Depeche faticano a dare un senso compiuto al set (così come succede nelle altre date). Molti sono i brani che non hanno accompagnamento visuale e altrettanti sono i brani (un po’ emblematici del tour) tagliati fuori dalla setlist (So Much Love, Corrupt, A Question Of Lust e, soprattutto, la cover di Heroes di Bowie). Ciononostante il set regala momenti epici e, soprattutto, tanto partying (è persino il compleanno di Andy Fletch al quale viene intonata una simpatica birthday song). Tanti sono i brani dall’acclamatissimo Songs Of Faith And Devotion (I Feel You, In Your Room, Judas, Walking In My Shoes) e molte sono le perle un po’ inusuali per i live recenti (una bellissima Everything Counts e una scurissima Stripped da Black Celebration). Il picco si raggiunge su Where’s The Revolution?, dall’ultimo album, che funziona un po’ come inno generazionale e rende decisamente meglio dal vivo, in particolare grazie al visual che raffigura degli stivali marcianti che tanto ricordano i martelli di The Wall dei Pink Floyd . I pezzoni spacca classifiche non si fanno mancare, per la gioia degli avventori occasionali: Enjoy The Silence riesce a suonare sempre diversa in ogni tour, Never Let Me Down Again è un turbo che si spegne prima degli encore, Personal Jesus è il pezzo che fa ballare anche l’impresa di pulizie dalle parti dei bagni chimici.

Un’ora e mezza per 18 brani. Qualcosa è mancato. Reduci dall’ondata di calore dell’headliner del venerdì ci aspettavamo di essere coccolati anche da quello del sabato. Ma i Depeche Mode sono tutt’altro che un gruppo caldo: suonano come delle macchine e i loro live sono sorgenti di riflessione culturale e (in questo caso) anche politica. Il tutto è affidato alle piroette e alle sculettate di Dave che dicono più di mille parole. Il live dei Depeche Mode non è confortevole, non è fatto per metterci in una safe zone, è fatto per trasportarci nei circuiti emotivi a cavallo dei due millenni, ricordandoci che, in fin dei conti, siamo tutti un po’ figli della club culture.

E a proposito di dancefloor, avvicinandoci all’Heineken Stage dopo la bifana ormai di rito, vediamo il pubblico ballare e sorridere apertamente. Gli Avalanches lo stanno scaldando a dovere con il loro crossover patinato anni Ottanta tra hip-hop, house, disco music, indie-rock. Il batterista Paris Jeffree è in grandissima forma, carico ed energico, la cantante Eliza Wolfgramm non è da meno coinvolgendo l’audience con l’euforia di una showman. Al rapper e MC Spank Rock tocca sostituire, compito riuscito perfettamente, Biz Marky nel pezzo The Noisy Eater e Danny Brown in Frankie Sinatra. La scaletta passa per la maggior parte del tempo dalle parti dell’ultimo album Wildflower confermando le buonissime impressioni raccolte in recensione da Edoardo Bridda. E’ un autentico party 70s quando suonano la bomba Subways, non riusciamo a restare fermi in questo sfoggio di luci strobo, colori retromaniaci e presobenismo. E la chiusura con le atmosfere lounge e di classe di Since I Left You è perfetta per stenderci sul prato in sintetico a guardare il cielo di Lisbona.

Torneremo nella sala per vedere, ma solo per poco tempi, una Peaches più provocante che mai indossare un cappello a forma di vagina accompagnata da ballerine nude, in versione BSDM. Canta su basi preregistrate e su potenti scariche di bassi, aspetto che cozza con la grande cura per il concetto di live impostata dalla direzione artistica. Per questo, ma soprattutto appiattiti dalla stanchezza, preferiamo una passeggiata tra gli stand dove scopriamo (peccato non averlo fatto prima…) un’area dedicata al fado, la tradizionale e storica musica portoghese nata negli anni Sessanta. Poi un salto in press room per i saluti di rito prima di avviarci al ritorno a casa.

L’esperienza al NOS Alive è, come detto in apertura, diversa da altri appuntamenti più sofisticati e impegnati in giro per l’Europa. Ma il calore del pubblico e i colori della città (menzione speciale per gli azulejos che ora è chiaro perchè abbiano così ispirato l’album di Populous), l’ambiente fresco e godibile nonostante le temperature estive e un’offerta musicale a cui è impossibile non essere affezionati.

Tutte le fotografie sono opera di Giulia Razzauti che si ringrazia per la disponibilità.

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