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7.2

C’è una coerenza quasi ostinata nel percorso di Noémi Büchi, una traiettoria che sembra voler mappare l’intero spettro della materia sonora. Se la trilogia precedente – culminata nel denso Does It Still Matter – metteva al centro del frame la fisicità del suono come atto di resistenza in un’epoca di “urgenza biocida”, con Exuvie la compositrice franco-svizzera sposta l’asse dalla materia al suo fantasma. Non siamo più nell’istante dell’urto, ma in quello della muta. L’exuvia è, per definizione, quello che viene abbandonato: un involucro che testimonia una trasformazione avvenuta, un’impronta fragile sospesa tra l’assenza di un sé precedente e la promessa di una nuova forma.

In questo senso, Exuvie si configura come un apparato filosofico prima ancora che sonoro. Al centro del discorso c’è la sfasatura temporale tra la mente e il corpo: se il pensiero corre verso il futuro con la velocità del bit, la pelle – portatrice della memoria fisica – segue un ritmo più lento, quasi tardivo nel reagire allo stimolo. Büchi traduce questa “latenza della carne” in un sinfonismo sintetico dove la precisione dei toni cristallini collide con la carnalità di rumori brutalisti. È un’elettronica “baconiana”: come nei corpi scorticati di Francis Bacon, la musica della franco-svizzera rivela i suoi tendini elettronici, trattando il segnale non come una sequenza fredda, ma come una superficie sensibile che vuole trattenere traumi e bellezza.

Il rigore accademico di Büchi, figlio degli studi sulla micropolifonia di György Ligeti e sulle architetture stocastiche di Iannis Xenakis, non serve qui a costruire cattedrali di ghiaccio, ma a nobilitare il detrito. È qui che emerge il parallelismo con il citazionismo vapor di Oneohtrix Point Never. Anche Büchi, come Lopatin, preleva le “exuvie culturali” della nostra memoria collettiva – frammenti di colonne sonore per anime, estetica gaming, scheletri hip hop – e li sottopone a un processo di ri-contestualizzazione spettrale. Se per OPN questo è un atto di nostalgia psichedelica, per lei è biologia sintetica: quei suoni vengono riassemblati in una “macchina infernale” cocteauiana capace di divorare il tempo e di ridiscutere il passato.

Questo approccio ci proietta direttamente nei territori del post-umano. In Exuvie, la distinzione tra naturale e artificiale, tra l’organico dell’orchestra e il sintetico del glitch, svanisce definitivamente. Büchi pare incarnare il Manifesto Cyborg di Donna Haraway: un rifiuto dei confini rigidi a favore di un’identità “smontata e rimontata”. Se sul piano estetico il riferimento più prossimo è la fluidità trasformativa di Arca, Noémi ne condivide la medesima urgenza di ibridazione, trasformando la tecnologia in una nuova pelle.

Lungo la scaletta scorrono sinfonie industriali che sembrano uscire da Matrix (I was almost there e il suo incedere motorik, after the fold che lentamente contamina l’orchestra con sferzate trance), colonne sonore quasi midi infettate da glitch (the cryptic precision), ancora wormhole digitali (i suppose) e voci sintetiche a guidare la narrazione (dislocated bodies).

Exuvie è, in definitiva, un’opera sulla persistenza del residuo. Noémi Büchi ci consegna un disco che – pur risultando forse fin troppo concettuale – non interroga più solo la materia, ma la sua memoria spettrale, cercando di ricordare che, nel nostro trasformarci sempre più in esseri post-umani fagocitati da una contemporaneità liquida, siamo ancora fatti di carne e frequenze.

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