Recensioni

Una Torino livida e febbricitante, sospesa tra languore crepuscolare e slanci retrofuturisti, vertigine e abulia: questo lo scenario di Sexy Droga, concept allestito dal supergruppo alternativo NOCRAC, formato da Andrea Marazzi, Carlo Barbagallo, Frank Alloa e Riccardo Salvini, musicisti provenienti da esperienze come Pietra Tonale, Suzanne’ Silver, Roncea, Indianizer e Foxhound. Il protagonista e io narrante della vicenda è un insonne alle prese con relazioni tossiche e abitudini autodistruttive, raccontate con un fervore in bilico sulla malinconia e sempre sul punto di farsi ingoiare dall’alienazione.
I diciassette pezzi previsti verranno distribuiti in quattro EP, il primo dei quali – contraddistinto da una “A” come se fosse il primo lato di un album doppio – consta di quattro tracce che indicano con dovizia di particolari il solco nel quale si muoverà tutto il lavoro. Che non è affatto monolitico, anzi delinea un procedere ondivago, dovuto anche all’alternarsi dei quattro alla scrittura.
Insonnia apre le danze con passo da ballad dispari e dispiego atmosferico di chitarre e tastiera, quasi affondasse in orizzontale in una nebbia appiccicosa psych però trattenendosi sull’orlo di un gorgo progressive-soul, quasi come dei replicanti Afghan Whigs infettati dal virus King Crimson, tutto ciò calando sul tavolo l’inquietudine per l’assedio di una realtà al tempo stesso accogliente e ostile (“Il suono del mondo/Come un ringhio profondo/Attende sul fondo”). Tempo perso sbriglia invece rock con curvatura soul dall’estro dinoccolato e fibra nevrotica, scheggia anni ‘70 umidiccia in bilico tra colonna sonora poliziesca e dancefloor con nel taschino un disagio senza riparo (“Mostrami i denti/Ho i nervi a pezzi/Se mordo, senti?”).
Malincoktail è invece una ballatina pop-soul intrisa di languore e malanimo, il riff di tastiera come un ostinato pastello, le chitarre a rimagliare con garbo sedizioso e persino un sax che spennella bagliori neon da nightclub, mentre il canto slalomeggia esausto tra abbandono e i residui dell’euforia (“È sexy veder scorrere il dolore tra le dita/Alexis come fai tu a berti questa vita?”). Questo virtuale “side A” si conclude quindi con L’unico modo, macedonia ritmico/stilistica (valzer, jazz, reggae, blues-psych…) che sembra arroccarsi sulla sponda di un fiume di spleen (“Questo è il tempo per fingere/Ghiaccio e spettri in un drink”) salvo poi farsi cogliere da vampe di consapevolezza che lacerano quel simulacro di pace interiore.
Quel che sentiamo è una strana fusion insomma, che insacca la narrazione in un bozzolo irrequieto e scivoloso, multiforme e umorale. Il risultato è un treno di sequenze al tempo stesso evocative e respingenti, realistiche ma sempre sul punto di rituffarsi nel buio di un’interiorità ferita, quasi frantumata.
Non resta che attendere gli altri lati, pardon, EP. Con una certa, consistente curiosità.
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