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Verrà la morte e sarà un supermercato. Le sue corsie adrenaliniche, i suoi scaffali brulicanti di vita, le file di attese e una grossa, bianca porta scorrevole, metafora di una linea di trapasso tra la vita e la morte. Cosa rappresenta il luogo per eccellenza del capitalismo sfrenato? Un miliardo di cose secondo Noah Baumbach, che ha portato su Netflix la sua tredicesima fatica, Rumore Bianco, adattamento dell’omonimo romanzo di Don DeLillo del 1985.
Un racconto, quello dello scrittore americano, che è stato considerato a lungo impossibile da adattare per la sua densità di dettagli, temi e dialoghi. I tentativi di trasportarlo sullo schermo sono stati diversi nel corso della storia, e Baumbach lo ha fatto in maniera egregia, anche grazie alle interpretazioni di Adam Driver (che finalmente torna a recitare in un film degno del suo talento) e Greta Gerwig, che qui ci ricorda che è una brava attrice, oltre che regista e sceneggiatrice.
America, anni ’80: Jack Gladney (Driver) è un professore di studi hitleriani che non sa parlare tedesco. Vive in una città del Midwest con la sua quarta moglie e i loro figli, con cui affronta i piccoli problemi di tutti i giorni. Un giorno la loro esistenza viene travolta dalla nube nera che si erge minacciosa sulla città, conseguenza di un incidente chimico avvenuto a poca distanza dalla loro abitazione…
Rumore Bianco è un film che si adatta perfettamente alla sensibilità del Baumbach, che torna a sviscerare temi già affrontati ne Il calamaro e la balena e Storia di un matrimonio, stavolta però con un tono completamente diverso. È un film che cerca di essere terribile ed esilarante allo stesso tempo, poetico e assurdo, ordinario e apocalittico, che conserva sempre un tono surreale attraverso la lente di diversi generi (la commedia, il dramma, la filosofia e la satira). Rumore Bianco si pone tante domande, pur non riuscendo ad emulare al 100% la densità del romanzo di DeLillo. In effetti, l’opera di Baumbach mostra tutti i segni della difficoltà di adattare una scrittura così complessa, soprattutto verso il terzo atto, che dovrebbe essere poi quello più importante, perché è lì che il regista newyorchese concentra tutte le risposte alle mille riflessioni che i personaggi portano avanti nel corso della pellicola. Pur restando assurdo e surreale, è un capitolo che sembra essere scollegato al resto del film e per questo rende la narrazione meno fluida e coinvolgente. Del resto, come ha spiegato anche Wes Anderson (che ha decretato White Noise il miglior film del 2022), è un film semi sci-fi molto letterario e orientato al linguaggio, per cui perdere l’attenzione dello spettatore è cosa da un attimo.
La parte introduttiva e quella centrale sono caratterizzate da sequenze molto interessanti e più d’azione, come quella della “battaglia retorica” su Elvis e Hitler tra due accademici (che ha tutte le sembianze di una rap battle, con tanto di videocamere e pubblico). I loro discorsi sono perfettamente sovrapponibili e così lo diventano le due icone, riproponendo un parallelismo Hitler/rockstar portato avanti già da David Bowie negli anni ’70 (“La televisione è il fascista per eccellenza. Anche le rockstar sono fasciste. Adolf Hitler è stata una delle prime rockstar”). Baumbach, così come Bowie, di certo non si è buttato in un’apologia nazifascista, ma riflette in maniera sagace sul valore dei miti nella società mediatica. In un mondo dove tutto è visuale, si annulla la differenza tra le masse di fedeli che accorrono per inginocchiarsi al crocifisso, del pubblico adorante ai concerti e infine dei sostenitori di questo o quel politico. E da qui potremmo ricollegarci anche con The Wall dei Pink Floyd.
Nell’atto conclusivo, invece, vediamo Gladney nel tentativo maldestro di uccidere “Mr.Grey”, con cui sua moglie è andata a letto in cambio del Daylar, la pillola contro la paura della morte. Peccato dunque per l’inciampo verso il finale, perché Baumbach utilizza ottimi stratagemmi per tradurre in immagini la materia dello scrittore. Ci sono tanti schermi, ci sono i dialoghi serrati e col ritmo di slogan pubblicitari, al mattino le conversazioni più che frasi di senso compiuto assomigliano a spot tv, ci sono le suore che non credono nel Paradiso e sono vestite come fossero uscite da un romanzo di Terry Pratchett. C’è la nube nera che cresce sempre di più e ha tutte le sembianze del sottosopra di Stranger Things, ma anche della creatura aliena di Nope che giunge sulle vite dei protagonisti come metafora di un significato più grande e cambia le loro vite (in questo caso, il cambiamento climatico e il disastro alle porte dell’umanità). C’è Mr. Grey che, gravemente ferito, non viene trasportato in un lettino d’ospedale ma in un carrello della spesa, ritorno a quella metafisica del supermercato onnipresente nel film. Tutti questi elementi riescono a veicolare perfettamente il senso ultimo della storia: l’unico modo per affrontare la morte è ritrovare la bellezza nel rapporto con gli altri, tenerci per mano in questo inferno che è la Terra dove il rumore bianco delle televisioni è un sottofondo continuo ai nostri dolori, alle nostre gioie, alle nostre piccole avventure quotidiane.
È un film che, pur essendo contestualizzato agli anni ’80 (motivo per cui è girato in pellicola e non in digitale) riesce ad essere fortemente attuale. La famiglia è la culla della disinformazione, si ripete Jack Gladney mentre i suoi figli si rimbalzano informazioni contrastanti sulla nube tossica recuperate da radio, tv, giornali ecc. Basta traslare il discorso dai media tradizionali al web e tutto ha ancora senso. Così come resta attuale l’ossessione delle pillole, per gli scopi più diversi, altro tentativo di evadere il pensiero della vecchiaia o della morte. Non a caso negli Stati Uniti ha sempre più successo un certo tipo di narrazione, la cui parabola può essere tracciata a partire da Sylvia Plath e Anne Sexton (le cui nevrosi ricordano quelle di Babette) fino all’exploit delle eroine narcotiche di Ottessa Moshfeg, dove i protagonisti assoluti sono oppiacei, barbiturici, ansiolitici, farmaci ottenibili con una facilità inaudita. Alla fine, anche il rumore delle pillole che si agitano nei flaconcini può essere considerato un “rumore bianco”.
La trovata più originale del film, però, è la sequenza di chiusura che accompagna i titoli di coda. La famiglia protagonista si ritrova ancora una volta al supermercato perché, come ripeteva a metà pellicola il prof. Murray Siskind (interpretato da Don Cheadle), è li che “continuiamo ad inventare la speranza”, ed è lì “che aspettiamo, insieme”, mentre la cinepresa si allontana per una panoramica di corsie, file, casse, oggetti di consumo. E mentre il gruppo attraversa la famigerata porta scorrevole per entrare in quello spazio sterile ma sicuro, i consumatori iniziano a danzare sulle note di new body rhumba, la prima produzione originale in cinque anni degli LCD Soundsystem, come in una sorta di danza macabra contemporanea o in un videoclip anni ’90, così come avrebbe potuto immaginarlo Spike Jonze, che re-immaginava Happy Days negli anni ’90.
Prova riuscita quindi per Noah Baumbach, che con un romanzo del genere rischiava di essere pretenzioso e invece, a parte qualche sequenza più noiosa, risulta essere tutto sommato godibile e di facile lettura. Forse perché tutti, anche gli ultimi dei romantici, almeno una volta nella vita hanno provato la sensazione di sollievo che si prova passeggiando al supermercato, esperienza che ci accomuna come umanità al pari della morte.
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