Recensioni

Casualmente i due EP che andiamo a recuperare e ad analizzare quest’oggi vantano entrambi due splendide copertine illustrate a tema sci-fi, ma d’altronde tra fantascienza e musica techno il legame è solido e spesso fruttuoso (al riguardo basta citare la recente uscita di The Book of Drexciya, resa fumettistica della mitologia sviluppata dal gruppo detroitiano, presentata con grande soddisfazione anche in varie località d’Italia), oltreché capace di unire più generazioni.

Ed è quest’ultimo tema, quello del rapporto, spesso sempre più conflittuale, tra più o meno giovani, altrettanto centrale per le due uscite qui prese in considerazione: se infatti gli argomenti più caldi delle ultime stagioni (dal politicamente corretto al cambiamento climatico) sembrano aver scavato un solco tra chi è nato in un preciso momento storico e chi dopo, questa incomunicabilità e l’ostilità che si porta dietro spesso scompaiono in campo musicale. Esattamente come accade in Hypereactive-1 e in Signs of Disarray, due EP usciti a un mesetto di distanza l’uno dall’altro, ma realizzati da artisti con oltre vent’anni di differenza sul certificato di nascita: a conferma appunto della vivacità e della vitalità di un suono che dalla Detroit dei primi anni novanta continua a coinvolgere senza distinzioni di età, provenienza o pigmentazione cutanea.

Il primo dei due lavori è firmato dal messicano Niño Árbol, producer neanche ventenne che si sta imponendo come uno dei nomi da seguire con più attenzione per il futuro: membro attivo anche dell’etichetta che produce l’opera (la conterranea Ssensorial), il giovane Kevin Martinez (suo vero nome) nelle quattro tracce di Hypereactive-1 approfondisce la propria frequentazione con i sintetizzatori analogici, confezionando atmosfere tanto cupe e minacciose quanto percorse da strabilianti e inaspettate linee melodiche più soffuse e dolci. È il caso dell’iniziale Voyage, dove i groove modulari vengono appunto impreziositi da docili ed essenziali ricami di synth elegiaci, mentre il gusto sperimentale e un poco isolazionista caratterizza sia il serratissimo e spettrale incedere di Bruxismo sia lo scheletrico crescendo della title track. Nella conclusiva Bracing riemerge prepotente la cura per i particolari e l’ottimo lavoro di definizione del suono, come dimostrano i rimbombanti e profondissimi beat quadrati. (6.8)

Signs of Disarray è invece la prima testimonianza discografica solista (perché nel 2016 ha realizzato insieme all’allieva e collega greca Pasiphae l’EP Made of Glass) per l’olandese Intergalactic Gary negli ultimi quindici anni: il dj originario di Den Haag preferisce da sempre l’attività live, ma in questo EP si conferma come un assoluto pezzo da novanta. Apre le danze la traccia che dà il titolo al lavoro intero, una rielaborazione assolutamente visionaria e galattica delle intuizioni electro dei succitati Drexciya, mentre la successiva Invisible Intruder sfrutta samples corali per avvolgere spettacolari drum-machine pulsanti: la capacità di sviluppare questo affascinante e coinvolgente mood cosmico risulta chiaramente una delle qualità principali del produttore (nomen omen), il quale si muove perfettamente a proprio agio tra architetture techno e grasse derive più funky ed italo. (7.1)

Certamente differenti nell’interpretare il verbo elettronico nato a Detroit, i due EP qui trattati sono l’ennesimo e ampiamente valido esempio di come la musica (e specialmente una musica che getta le proprie radici nella lotta alle discriminazioni e in un forte senso di comunità) sappia unire persone lontane migliaia di chilometri e decine di anni.

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