Recensioni

Un viaggio breve ma denso nella pancia del mito, anzi del Mito, galleggiando in un’ipnosi amniotica che rapisce e allarma radiografando il presente: Ananke è il quinto album per Nicolò Carnesi, cantautore siciliano dalla calligrafia pop evoluta, sempre in bilico tra taglio radiofonico e ascendenze “alte”, oggi protagonista di una definizione più nitida delle proprie sonorità. Vale a dire, ascoltando queste otto nuove tracce viene da pensare al Battisti contagiato disco alle prese con glasse oniriche Air (Orfeo), o a una versione spacey del Dente più madreperlaceo (Narciso), o ancora al ticket Colapesce Dimartino però immerso in uno sciroppo vetroso Phoenix (Prometeo).
Siamo quindi dalle parti di una contro-psichedelia destrutturata e reimmaginata attraverso la new wave (si senta la chitarrina à la Cure di Motel Olimpo e Amore e Psiche) e riposizionata nella dimensione da club anni ‘90, che poi è un modo per accoccolarsi in una dimensione sbalzata, nella narcosi resinosa della controra estiva eletta come luogo in cui fantastico e concreto si scambiano ruolo e sembianze. Per poi da lì inviare – che poi è quasi un: esalare – moniti rivolti alla deriva contemporanea, come ad esempio già fin dall’iniziale Prometeo (“Proteggili/Dalla troppa tecnica/Brucerà il mondo/Nell’oceano immenso”).
Quanto l’aspetto musicale sia primario rispetto a quello lirico lo testimonia la presenza di tre pezzi strumentali, due piuttosto brevi ma suggestivi (la palpitazione tenue tra Grandaddy e Boards Of Canada di Eco, la tensione floydiana masticata Flaming Lips di Zeus si arrabbia!) e l’atmosferica Stavamo così bene sdraiati dentro l’uragano, tra morbidezza vintage allucinata, fatamorgane electro vetrose e particelle nostalgiche wave.
Disco anomalo perché slogato dalle traiettorie radiofoniche post-it pop ma al tempo stesso desideroso di sintonizzare le frequenze del popular, caratterizzato da un concept che se da un lato infonde su tutto il lavoro una coesione e una cura non comuni, d’altro canto rischia di irrigidirlo in una progettualità non sempre risolta e talvolta – inevitabilmente – tendente a esiti un po’ scontati, come quando in Narciso fa un po’ troppo il bignami di Bauman (“Mortali e liquidi/Passiamo ed appassiamo/Narcisi in fiore/Conosciamo solo il nostro colore”) forse per l’ansia di trasmettere il messaggio. Resta comunque un buon album di un autore particolare e peculiarmente dotato.
Amazon
