Recensioni

Già dal primo episodio di Copenaghen Cowboy (Netflix), nuova opera seriale brandizzata Nicolas Winding Refn, viene spontaneo chiedersi – ancora una volta – quale sia il pubblico a cui il regista danese vuole rivolgersi, proprio come era successo per Too Old to Die Young (Amazon). Sicuramente agli ammiratori, che in questa prima stagione ne riconosceranno lo sguardo peculiare, e non è scontato che un autore riesca a “tradursi” quando si tuffa nell’abisso dello streaming; a maggior ragione se si tratta di Netflix, che tende ad appiattire la creatività con strategie produttive ben precise (Amazon, per adesso, sembra dare più libertà). È probabile che sia questa la rivoluzione a cui ha fatto riferimento la persona-Refn, nascosta dietro la maschera mitomane byNWR, durante l’ultima Mostra del Cinema di Venezia: «Copenaghen Cowboy nasce dal mio fuoco rivoluzionario e cerca allo stesso tempo di sedurre e intrattenere i sensi».

Appurato che la mission del brand-Refn punta a scardinare le fondamenta della serialità contemporanea, remando contro il dinamismo dei prodotti da abbuffata (di nuovo incombe l’ombra della terza stagione di Twin Peaks), le parole del cineasta suggeriscono l’idea che non esista scopo più detonante del rimanere fedeli a sé stessi. Da un punto di vista artistico è un concetto molto pericoloso perchè, in alcuni casi, ingigantisce il rischio di essere fagocitati dalle proprie ossessioni e ambizioni. 

Angela Bundalovic. Still da “Copenhagen Cowboy” di Nicolas Winding Refn (2023). Netflix

Nella nota stampa veneziana NWR ammette che la protagonista della serie Miu (da Miu Miu, casa di moda appartenente al gruppo Prada e per cui ha lavorato) è somma ed evoluzione delle maschere vendicative e silenziose che hanno caratterizzato la sua intera carriera. Infatti nello sguardo penetrante dell’ex-ballerina Angela Bundalovic convivono le anime ribelli di Bronson (Bronson, 2008), One-Eye (Valhalla Rising, 2009), il Pilota (Drive, 2011), Julian (Solo Dio Perdona, 2013) e Jesus (Too Old To Die Young, 2019). Ma, forse in maniera più significativa, in Miu troviamo le tracce di Jesse (The Neon Demon, 2016), sebbene quest’ultima perisca sotto gli affilati denti delle modelle-vampiro che ne invidiano giovinezza, bellezza e successo.

In Copenaghen Cowboy c’è spazio anche per “rimediare al torto” che ha subito il personaggio interpretato da Elle Fanning, e questo perché la sua esile trama da favola dark riesce ad allinearsi alla rivoluzione ideologica di Netflix, impegnata da anni in una battaglia a colpi di inclusività e rappresentazione.

Angela Bundalovic. Still da “Copenhagen Cowboy” di Nicolas Winding Refn (2023). Netflix

Venduta come un portafortuna, per colpa dei suoi strani poteri extra-terrestri, la diciannovenne Miu attraversa il mondo criminale di Copenaghen in cerca di un senso, di una comunità, di un futuro, di un motivo per esistere: prima lo trova nella vendetta, caricandosi sulle spalle la rivalsa del genere di appartenenza, poi in una nemesi che deve essere fermata il più presto possibile. Perciò con il caschetto à la francese, il volto androgino, una tuta blu elettrico e grandi doti nelle arti marziali (un’immagine vagamente tarantiniana), la ragazza è la versione-Refn dell’eroina resiliente, sveglia e “politica”, di quelle che stanno definendo l’immaginario collettivo odierno.

Fluida e felina come la macchina da presa di NWR (lenti carrelli, lenti zoom e lenti panoramiche a 360°), Miu vaga per le stanze barocche del potere e ne studia i tratti distintivi per poterli poi distruggere. Al vertice di qualsiasi gruppo etnico della criminalità organizzata (serbo, cinese, arabo, danese…) c’è sempre un uomo violento in abiti firmati che si circonda di mobili di design e suppellettili pacchiani, così come colleziona donne bellissime da trattare come oggetto di scambio, di piacere o di lavoro; «sai, figliolo, qual è il più grande strumento di potere che Nostro Signore ci ha donato? Il pene…», dice il bizzarro patriarca di una famiglia di bianchi danesi simili a vampiri, quelli che in teoria sarebbero gli antagonisti principali della serie (in particolare il figlio misogino e la figlia misteriosa).

Andreas Lykke Jørgensen. Still da “Copenhagen Cowboy” di Nicolas Winding Refn (2023). Netflix

Quindi, tra un genere e l’altro (neo-noir, fantascienza, horror, arti marziali, mafia…), in Copenaghen Cowboy si avverte anche una leggera ma inedita dose di ironia testimoniata dalla scelta di far grugnire come un maiale qualche personaggio maschile o dalla presenza dello stesso Nicolas Winding Refn nei panni di un anonimo mafioso (ovviamente non dice una parola come i suoi alter-ego). È come se, mettendosi al servizio della sua stessa storia, l’autore riconoscesse e denunciasse il proprio privilegio in quanto maschio bianco ed etero, un privilegio che andrebbe spezzettato e spartito con coloro che non l’hanno mai avuto. Sarebbe una finalità nobile se solo “l’aura mistica” del brand NWR non fosse così ingombrante da rendere la visione ostica, per non dire faticosa e ammorbante.

«[La serie] È progettata per stimolare la mente – prosegue Refn nella nota stampa veneziana – gli occhi, la lingua, il cuore e l’anima: tensioni ed emozioni si accendono in un macabro tour de force». Il regista danese è talmente sicuro del suo stile, e dal fascino che ne deriva, da non prendere in considerazione il fatto che l’utenza Netflix è abituata a ben altre tipologie di prodotto e fruizione perciò, tornando alla domanda iniziale, a chi è indirizzata la serie?

Lola Corfixen. Still da “Copenhagen Cowboy” di Nicolas Winding Refn (2023). Netflix

Assolutamente meravigliosa per quanto riguarda l’apparato estetico e musicale, la prima stagione di Copenaghen Cowboy è una lunga ed estrema allucinazione al neon (di colore violetto) che richiama al cinema tanto amato e inseguito da NWR, senza però raggiungerne le vette artistiche o la potenza simbolica (da Dario Argento a David Lynch). Infatti, esattamente com’era stato per l’estenuante Too Old to Die Young, la serie collassa dentro il suo esuberante ed ostentato approccio onirico, dentro i suoi accecanti blu e rosso, e lo fa danzando al ritmo della bellissima colonna sonora elettronica/synthwave di Cliff Martinez (con Julius Winding e Peter Peter).

E per quanto possiamo concordare sul fatto che nel cinema e nella televisione di Nicolas Winding Refn la forma sia diventata la sostanza, è difficile non avere la sensazione che manchi qualcosa, che la sola superficie non basti più per diffondere il messaggio (che non è nemmeno originale e pare un furbo pretesto) o per catturare l’attenzione di chi dovrebbe essere stimolato e risvegliato.

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