Recensioni

Specularmente alla sua versione ipertrofica e grottesca del criminale più famoso d’Inghilterra (a lui è dedicato il film Bronson del 2008), l’acclamato regista danese Nicolas Winding Refn ha deciso di trasformare la sua persona in un brand da guardare, acclamare, venerare ed esportare. Questo strano processo di oggettivazione ha avuto i natali ben prima di The Neon Demon (2016), nel momento in cui, proprio come il timido personaggio sacrificabile di Elle Fanning, si è gettato in pasto al mondo della moda, diventando parte di esso per sporadici spot televisivi, servizi fotografici ed eventi di gala. Poi, nei titoli iniziali del film sopracitato, è comparsa una sigla ad effetto, NWR, che verrà riutilizzerà nella forma byNWR sia come nome per la piattaforma di streaming di sua invenzione (espressione diretta di una passione per «the rare, the forgotten, the unknow») sia per il recentissimo e già cancellato Too Old to Die Young, primo esperimento seriale della carriera reso possibile dalla fiducia di Amazon. Un marchio di stile che nasconde la persona Refn, relegandola alla sfera del privato o tutt’al più alle generose apparizioni pubbliche, e spinge in avanti quello che di lui vuole che si guardi e si consumi: il cinefilo, l’enigmatico, il religioso, l’archeologo dei media, il simbolista, il provocatore, il “violento”… e così via.
Al termine dei dieci episodi di Too Old to Die Young, è chiaro perché il regista danese abbia voluto esportare il suo brand dal cinema alla televisione, ora che la seconda sembra farsi baluardo della vera rivoluzione dell’audiovisivo: un’altra variopinta veste da indossare, un altro mondo da mandare arrogantemente in fiamme, ma non senza una sana dose di consapevolezza. Infatti il titolo, che si presta a molteplici interpretazioni (non ne troverete una spiegazione esplicita nella serie), può fare riferimento o all’impossibilità di prescindere dalle produzioni del passato, perché portatrici di una saggezza nata da un profondo insediamento nell’immaginario collettivo, o alla vitale volontà di stravolgerle, proprio come la postmodernità insegna; basti pensare a quel Too Old che storpia e amplifica la famosa espressione Live Fast and Die Young, da sempre ricollegata alla “gioventù bruciata” (e quindi a tutto un immaginario classico di perdizione, sfrontatezza e violenza). E i molti personaggi della serie, maschere refniane del silenzio e dell’ambiguità, per quanto pensate nella contemporaneità di un presente claustrofobico e altamente infiammabile, rimangono strettamente incatenati agli archetipi e stereotipi dei generi cinematografici di riferimento, il noir classico e il neo-noir.
In parallelo alla caduta di un detective corrotto (Miles Teller), tra una relazione con una minorenne (Nell Tiger Free) e un distretto di polizia che inneggia a una bruciante ideologia di stampo neo-fascista, si scolpisce la salita al potere mafioso di un giovane messicano (Augusto Aguilera), guidato dai consigli di una misteriosa femme fatale abbandonata nel deserto (Cristina Rodlo); obliquamente, oltre ad un breve spaccato sulla criminalità losangelina delle gang afroamericane, un’impiegata della procura distrettuale (Jena Malone) decide di assoldare un sicario (John Hawkes) per vendicare privatamente le vittime di abusi minorili che le arrivano sulla scrivania giorno per giorno. Intrecciati seguendo i dettami dell’inconscio collettivo teorizzato dalla filosofia di Jung (tra l’altro è un pensiero partorito dal più improbabile dei personaggi), queste figure esplorano la via della violenza più nichilista, consci del fatto che «più la nostra società si evolve, più noi perdiamo la razionalità»; e nel momento in cui il mondo comincia a cadere a pezzi, per motivi che sembrano appartenere esclusivamente alla natura dominatrice dell’essere umano, emerge l’istinto di sopravvivenza. Ma sopra questo gioco al massacro, il cui teatro si divide tra la simulacrale Los Angeles dei sobborghi e la primordialità del deserto messicano, si nasconde un indecifrabile burattinaio “metafisico” che sussurra alle spalle dell’uomo dall’alba dei tempi.
Simile ad una “sgargiante” collezione delle sue manie, dato che contiene tracce significative di film apparentemente lontani come Valhalla Rising (2009) e Solo Dio perdona (2013), l’esperimento seriale di byNWR è impossibile da vedere d’un fiato e già questo gli permette di andare contro le logiche odierne dello streaming. Il tempo, lo spazio, i tempi di reazione e i dialoghi sono dilatati fino allo sfinimento, ulteriormente sfilacciati dalle ripetizioni (quante volte sputerà Miles Teller?), da situazioni marginali, dall’ossessivo tappeto sonoro del fedele Cliff Martinez, dal consueto uso dello slow-motion e dalla continua intromissione di immagini statiche, pittoriche, astratte e dalla forte carica onirica. E se quest’ultimo aspetto rimane degno d’ammirazione è solo grazie alla suggestiva fotografia di Darius Khondji: prima enfatizza l’estetica di una decadente civiltà che ha sottomesso la Natura alla frenesia dell’urbanizzazione, marcando i colori sgargianti delle insegne pubblicitarie e dei loschi locali notturni (la sempiterna lezione di Taxi Driver di Scorsese), in seguito si sottomette al fascino dagli spazi assolati del Messico e dal carattere glamour di un immaginario kitsch che mescola sacro e profano (qui siamo vicinissimi ai variopinti tatuaggi di Solo Dio perdona e alle allucinazioni di The Neon Demon).
Col senno di poi, il cult Drive (2011) assume lo statuto di una parentesi divergente all’interno della filmografia di Refn, proprio per la sua narrazione classica, chiara e dai tratti tipicamente hollywoodiani. Too Old to Die Young estremizza la rarefazione del racconto che già era presente in suoi altri prodotti e riesce a farlo perché il brand è stato esportato nei “nuovi” territori della serialità contemporanea. Territori che non possono più essere definiti inesplorati e di cui si vogliono forzare i limiti, palesando (in)consciamente il debito nei confronti dei sogni di David Lynch (la pressante ombra di Twin Peaks) o dei simboli di Alejandro Jodorowsky (visioni, tarocchi, spiritualità, serpenti, stivali…).
Purtroppo i tanti dubbi che sorgono dopo le tredici ore di questa prima e unica stagione sono rivolti alle promesse non mantenute. Too Old to Die Young viene soffocato dall’elevata quantità di spunti creativi mai veramente sviscerati o in conflitto tra loro per pessima gestione (l’esempio è l’introduzione improvvisa dell’elemento “magico” negli episodi conclusivi). In più la martellante ricerca estetica vanifica anche quei momenti in cui la violenza esplode nella sua macabra bellezza e dovrebbe rivelare le fondamenta di una metafora pessimista del presente. «Io ho tempo» ripete il detective. Forse è consapevole che non gliene resta tanto, forse no. Sta di fatto che lo spettatore deve impegnarsi per trovarne un quantitativo sufficiente al completamento ragionato di un lavoro così estenuante ed è per questo che, quando alla fine ne si smaschera una peccaminosa inconsistenza, a rimanere sono solo il ricordo di una splendida forma e di un fastidioso senso di noia.
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