Recensioni

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C’è qualcosa di estremamente specifico nello stile e nel sound di Nick Waterhouse. Specifico dal punto di vista temporale e di genere. Le sue canzoni sono infatti ambientate in un universo parallelo nel quale la Beatlemania è ancora almeno un paio d’anni di là da venire e nel quale l’R&B è la lingua franca che mette in comunicazione tra di loro le varie etnie che popolano il territorio statunitense, fino ad arrivare a toccare il Regno Unito. L’estetica vintage adottata nei minimi dettagli dal trentatrenne californiano contribuisce a renderlo piuttosto unico e inconfondibile all’interno del panorama musicale attuale, accostabile solo geograficamente a gente come Ty Segall e The Allah-Las, con i quali in passato ha collaborato a vario titolo.

Nel giro di tre LP e una manciata di singoli usciti nel giro dell’ultima decina d’anni, Waterhouse ha sviluppato la capacità di adottare questi distintivi particolari d’epoca per andare comunque ben al di là della semplice superficie, dell’esercizio di stile e di genere, per raccontare se stesso in maniera molto personale, arrivando al cuore dell’arte del songwriting. Punti di riferimento in questo senso sono compositori come Dan Penn (uno dei pilastri del sound di Memphis), Bert Berns (uno dei nomi di maggior successo dell’era d’oro della Atlantic Records) ma anche gente come Ray Charles, Van Morrison e Mose Allison. Questo background permette a Waterhouse di passare dall’espansività chiassosa e selvaggia di party stompers quali Some Place, (If) You Want Trouble, This Is a Game, LA Turnaround, Tracy e su tutte Katchi – forse il suo brano più noto, composto assieme a Leon Bridges – a momenti più raffinati e notturni come la strumentale Lucky Once.

Questo suo nuovo quarto album ne conferma il talento ed il gusto impeccabile, accentuando comunque il lato più introspettivo ed umorale del suo songwriting. Il mood generale lascia meno spazio ai ritmi danzerecci e spensierati che avevano reso le prove precedenti cosi irresistibili per dare sfogo a un palpabile malcontento, una frustrazione espressa anche nelle interviste che l’artista ha concesso di recente. La vita del musicista indipendente e itinerante ha ripercussioni di vario tipo, mette in gioco sicurezza finanziaria ed affetti, ed espone chi ci si avventura dentro agli sviluppi ed alle turbolenze che scuotono la collettività tutta, senza la possibilità di trovare ripari e filtri. Ecco allora che in questa nuova raccolta di canzoni il personale ed il sociale si mescolano senza soluzione di continuità. È da questa sensazione di insicurezza che nascono testi come «Yeah, I tried as a man / I’ll tell you what I hear / Oh, I hear no fearlessness, only fear», contrapposte a più tipiche «Love’s not a gamble / Love is a trap / Love is a lovely suicide pact».

In conclusione, chi ha apprezzato i precedenti lavori di Waterhouse non potrà venir deluso da questo nuovo lavoro. Le melodie fulminanti e l’energia ritmica che hanno reso i suoi dischi così contagiosi sono presenti e solo leggermente corrette, mentre una maggiore maturità di temi ed atmosfere può solo venire vista con favore, segno di un progresso nella carriera di un muscista che ha ancora molto da offrire.

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