Recensioni

7.2

Ai concerti di Niccolò Fabi si piange. Ci sono più occhi che lacrimano che voci che cantano in alcuni frangenti. E lui solo sa quale sia la ricetta della sua pesantissima leggerezza. Di certo c’è che quei piccoli miracoli di delicatezza si ripetono nel nuovo Tradizione e tradimento, in uscita a tre anni da Una somma di piccole cose (targa Tenco al Miglior Album) e a due dalla raccolta Diventi Inventi.

Fabi lo ha dichiarato a Repubblica da dove tiri fuori le sue canzoni: dalla vita. Precisamente da quando pensa più a vivere che a scrivere. Da quando scientificamente decide di allontanarsi dalla musica per sentire il desiderio di tornare a essa. Dalla febbre, dall’eccitazione, dal caldo delle emozioni. Scotta è in questo senso l’apertura logica dell’album («L’arte non è una posa / ma resistenza alla mano che ti affoga»). È anche una sorta di prequel: comincia bruciando sotto le ceneri della sobrietà acustica di Una somma di piccole cose e via via si trasforma in un climax elettronico. Il primo brano inaugura anche il topos del movimento – verso l’altro, verso il mondo, verso se stessi – che tornerà in tutto il disco. Già a partire da A prescindere da me e da Amori con le ali, estuari tra memoria e prospettiva che sfociano in Io sono l’altro, singolo che aveva anticipato l’album e che prenota un posto nei futuri Best Of. Fabi l’aveva presentato facendo riferimento all’espressione «In Lak’ech», che nella cultura Maya non è solo un saluto ma una visione della vita. Può essere tradotta come “io sono un altro te” o “tu sei un altro me”». Io sono l’altro è un altro crescendo elettronico che celebra l’alterità e la necessità dell’empatia («quelli che vedi sono solo i miei vestiti / adesso facci un giro e poi mi dici»).

C’è un’estraneità verso l’esterno, in questo 11esimo in studio di Fabi. E un’altra declinata verso l’interno. Nell’intimità, nella distanza tra ognuno e il mondo, tra se stessi e il proprio vuoto. In quello spazio si districa l’arpeggio de I giorni dello smarrimento. Poi ci sono la schiuma del mare e una guerra alle spalle in Nel blu, fenomenologia dell’incontro metaforizzato in un tuffo da una scogliera. E in seguito ci sono miliardari in fuga e la gentilezza insegnata nelle scuole di Prima della tempesta, scenario apocalittico sui limiti dello sviluppo e le possibilità della concordia. «È tutto qui» sussurra in chiusura Migrazioni: nel movimento. Sta tutto nel movimento tra due punti all’estremo di un segmento poco chiaro. Estraneo. Sta tutto tra le radici e le influenze, tra le origini e l’evoluzione, tra l’identità e l’incontro. Tradizione e tradimento, per l’appunto. La title-track è la ballata che chiude il lavoro facendo i conti con questo divenire; con questa traduzione dell’essere che è spesso una questione di scelte («Ogni volta è una conquista / riconoscere quale sia la mia metà del campo»).

È quasi sempre un climax elettronico, questo lavoro dal titolo austeniano e dal tono a tratti in soggezione, a tratti in ebollizione. Ma insomma, Niccolò Fabi non diventa James Blake. Soltanto inaugura un nuovo percorso con l’accompagnamento di Roberto Angelini, Pier Cortese, Bianco. Una nuova stagione coerente con il passato, come aveva annunciato nella smentita di un suo ritiro dalle scene. Addio scongiurato da un disco che conferma Fabi tra gli autori che resteranno di questa generazione; lavoro che rispetto al precedente suona forse meno immediato, probabilmente più ricco di sfumature e più rivolto all’attualità. E di certo originario degli stessi paraggi: quelli di un’instabilità che appartiene un po’ a tutti. Ci si vede da quelle parti.

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