Recensioni

Niccolò Fabi, Daniele Silvestri e Max Gazzè si conosco da una vita, almeno da quegli anni Novanta che li ha visti sbocciare nel praticello pop stretto tra le fioriere sanremesi e le siepi fitte del cantautorato (di scuola romana, of course). Le rispettive carriere li hanno visti baciati da riscontri alterni tanto quanto gli altalenanti esiti artistici. Forse tra i tre la targa del meno banale tocca all’allampanato Max, estro notevole al basso e un debutto coraggioso (Contro un’onda del mare, 1996) seguito da lavori via via – ahinoi – più addomesticati. Intendiamoci, non manca loro la capacità di sfornare canzoni accattivanti, benedette da testi ingegnosi e spesso supportati da un autentico trasporto, ma – come dire? – sembrano accoccolarsi nello spazio angusto di una scena nazionale all’interno della quale riescono a ritagliarsi una certa rilevanza.
Lo fanno senza il minimo accenno ad uno scarto che vada oltre la linea di galleggiamento standard, preferendo continuare a riflettersi in un pop cantautorale che ha l’indubbio vantaggio di lasciare le cose nel posto esatto in cui le ha trovate. L’equivalente, se volete, di un Fabio Volo per le sorti della letteratura nostrana (spero che il paragone non suoni offensivo). Non dubitiamo che l’idea di unire le forze oggi sia dovuto ad obiettivi eminentemente artistici, di certo è una trovata di tutto rispetto in un’epoca che necessita soprattutto di dare all’utente uno straccio di motivo per comprare uno straccio di disco. Detto ciò, stupisce che se ne sia parlato come di una specie di supergruppo alla CSN, entità provvidenziale capace di restituire lustro ad una scena in disarmo.
In fondo in questo Il padrone della festa non accade nulla di particolarmente rilevante: parliamo di ballatine elettroacustiche (Alzo le mani), ebbrezze bossa (Canzone di Anna), fregole mariachi (Spigolo tondo) ed evanescenze 80s (Come mi pare) senz’altra ambizione che ben figurare nelle più gettonate playlist nazionalpopolari, magari puntando ora all’aura mediocritas à la Ron (L’amore non esiste, la title track) e ora alla teatralità imbizzarrita degli Avion Travel (Arsenico). Tutto si svolge nel solco dell’orecchiabile levigato con carinerie d’arrangiamento e qualche bel colpo d’ingegno sul versante dei testi, quel che basta a conferire lo status di “intelligente”. Neppure servono a risollevare le sorti la trepidazione wave di Life Is Sweet (come un Riccardo Sinigallia sbrigativo) e il lirismo resinoso di Giovanni sulla terra con le sue luci eniane e l’enfasi narrativa tra Dalla e Fossati, i due momenti migliori del programma. L’impressione, insomma, è che il totale in questo caso non superi la somma delle parti. Anzi.
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